Intervista esclusiva WFS: Riflessioni sparse con Antonio Cabrini sul calcio giovanile

Intervista esclusiva WFS: Riflessioni sparse con Antonio Cabrini sul calcio giovanile

A cura di Christian Maraniello

Dopo l’interessante intervista con Dino Baggio, pubblicata il 22 maggio c.a., proseguiamo con le riflessioni sui valori del calcio giovanile, con una leggenda di questo meraviglioso sport, Antonio Cabrini, che molto gentilmente ci ha concesso un po’ del suo tempo per discutere di questi temi, troppo spesso – ahimè – sottovalutati.

Peraltro, prima di iniziare con la chiacchierata, ho anticipato ad Antonio una dichiarazione molto stimolante di mister Patrizia Panico, tecnico federale (under 15), la quale, in una recentissima intervista sulla Gazzetta dello Sport (24.6.2019), ha sentenziato: “con i ragazzi si lavora bene, sono disponibili al sacrificio (…). Educare i valori sportivi dei giovani di oggi significa avere dei calciatori pronti in futuro, sotto l’aspetto calcistico e del comportamento”.

E’ un incipit che prendo come monìto, e che Antonio condivide, dandomi poi – come vedremo – delle personali opinioni sul movimento attuale, che sta perdendo effettivamente quella serietà che un tempo pervadeva ad ogni livello.

A chi sostiene che queste semplici riflessioni non porteranno nulla di concreto, obietto che il silenzio è cosa ben peggiore, ed aggiungo, in ogni caso, che sono convinto che riportare l’esperienza di giocatori che hanno fatto la storia del calcio, servirà per le generazioni a venire.

In questo senso, infatti, ho già contattato diversi ragazzi che abbiamo conosciuto ed intervistato, preannunciando l’imminente pubblicazione di queste riflessioni da parte di ex calciatori, e devo dire che la risposta, per tutti, è stata immediata.

Già alla lettura della chiacchierata con Baggio, infatti, molti ragazzi mi hanno ringraziato, e quando proporrò questa nuova pubblicazione, avrò certamente massima risonanza.

Le nuove generazioni devono capire che l’esperienza dei calciatori che hanno segnato epoche importanti (ma non solo), ordina il terreno ontologico su cui poi loro si muoveranno.

Continuo a sostenere che persiste ancora un violento immobilismo a livello di singoli club, e con grosse colpe anche ai massimi vertici.

Sebbene vi siano molti aspetti da migliorare, il (mio) chiaro riferimento va ad uno dei massimi problemi del calcio giovanile in Italia, ossia l’incontrollato flusso di stranieri, ad ogni livello, che poi comporta una serie di ulteriori tematiche, sempre assai poco dibattute.

Il tema pare essere controverso, però. Per tutti, citerei l’opinione autorevole di Mister Giampaolo, in una intervista rilasciata al Corriere dello Sport, all’indomani della tragica eliminazione dai mondiali ad opera della Svezia.
Il mister, oggi al Milan, ritiene che “non è colpa degli stranieri se la Nazionale non si è qualificata per il Mondiale. Evidentemente non siamo in grado di crescere i nostri ragazzi anche per una ragione economica: all’estero costano meno e fra uno straniero di 20 anni e un italiano della stessa età il presidente di un club prende lo straniero. Il calcio italiano è diventato la palestra di addestramento per le nazionali straniere”.

Quello che afferma mister Giampaolo è in realtà quello che diciamo noi. E’ vero che la mancata qualificazione è dipesa da colpe nostre, ma ciò che sta dietro al fallimento, il riflesso, è quello che dice lui stesso sugli stranieri.

Ma ad ogni modo, sono d’accordo sul fatto che il tema determinante resta la poca, anzi scarsa valorizzazione del talento italiano. Potete girarla come volete, ma sempre lì andiamo a parare.

Poi è chiaro che dal punto di vista “filosofico” lo sport, in generale, deve essere visto come un aiuto alla socializzazione ed alla cultura dello sport, quali elementi necessari per la formazione della personalità di ognuno.

Ma se il nostro attuale sistema vive più di business che di passione, sarà giocoforza destinato, per la propria natura perversa, a fallire.

Di questo, e tanto altro, parleremo con Antonio Cabrini, un calciatore che nella sua carriera si è distinto non solo per le doti tecniche, ma anche per quelle umane.

– Caro Antonio, intanto grazie della cortese disponibilità. Partirei subito da un episodio riportato sulla stampa nazionale, che ha visto recentemente coinvolta la scuola calcio di Giovanni Galli, durante una partita nella categoria esordienti, quando un gruppo di genitori si è azzuffato sugli spalti. Ebbene, Galli dopo questo episodio ha proposto di far partecipare i genitori a allenamenti pedagogici, ossia riunioni rieducative con psicologi, dirigenti sportivi e pedagogisti, su come ci si comporta nel mondo del calcio, anche sugli spalti. Questa proposta a me è piaciuta molto e la condivido senza alcuna riserva. Cosa ne pensi?

Interessante. E’ una proposta positiva.
Chiaro che il calcio ha bisogno anche di queste proposte, che vanno di pari passo con la richiesta di educazione, di civiltà, che deve ormai sussistere ad ogni livello, ecco perché secondo me si tenderà a riammettere nelle scuole calcio queste tematiche.

– Credi che questa idea possa essere un primo passo verso la promozione della cultura e del rispetto nel mondo del calcio, specie a livello giovanile, e che quindi debba coinvolgere tutte le realtà sportive, magari su input federale?

Direi che è un giudizio che dovranno prendere singolarmente le varie società, ovviamente ad ogni livello. Certamente qualcosa dovrà anche avvenire a livello federale, ma ritengo debbano essere i club a muoversi in tal senso, e credo sia arrivato il momento.

– Durante la tua carriera da allenatore, hai avuto anche tu problemi di questo tipo?

No. Però preciso che quando gestivo la scuola calcio alla Juventus ho dato sin da subito delle precise raccomandazioni ed input drastici.
Ti dico che non avrei mai permesso cose di questo tipo, come le risse sugli spalti, o schiamazzi, o altro, e quindi già i genitori li preparavo ad inizio stagione, avvisandoli che non avrei voluto la loro presenza neanche agli allenamenti, proprio per evitare di condizionare i bambini. I genitori infatti portavano i bambini e li venivano a ritirare. Punto.
Però devo dire che il problema che ha sollevato Giovanni, ma che sollevate anche voi, è effettivamente poco dibattuto.

– Credi che il calcio moderno – a maggior ragione tra i giovani – stia perdendo di vista i veri valori fondanti dello sport in generale, quali appunto l’etica ed il rispetto?

Si. Ma penso sia in atto un cambiamento radicale, e non solo nel calcio, ma anche nello sport in generale.
E’ chiaro che bisogna saper gestire questi momenti, perché è vero che ad esempio nel calcio ci sono tanti interessi che vi ruotano intorno, però bisogna, secondo me, evitare di portare i ragazzi all’estremismo.
E certamente questi aspetti toccano anche – come dicevamo poco fa – situazioni legate alla educazione famigliare che è alla base di ogni cosa.
Io penso che i ragazzi devo divertirsi, assolutamente.

– La rivista sta sensibilizzando moltissimo i talenti che intervistiamo su questi valori fondanti, e devo dire che molti di essi dimostrano sensibilità al riguardo (abbiamo iniziato con Gabriele Corbo classe 2000 del Bologna e dell’under 19 italiana, poi con Alessandro Russo del 2001, sempre dell’under 19 azzurra, sino a passare per Mazza, 2000 del Bologna, Bellodi 2000 del Milan e della nazionale under 19, Gasparini del 2002 e della nazionale under 17, ed altri).
Pensi che questa piccola voce possa aiutare a far crescere questi valori nel calcio, partendo proprio dai giovani, oppure credi sia una chimera?

Sono cose interessanti, indubbiamente. Penso che le singole voci dei ragazzi che intervistate siano importanti, se però vengono ascoltate.
Penso che i ragazzi, soprattutto quelli che si stanno affacciando al professionismo, abbiano delle esigenze, e queste devono essere ascoltate appunto. Una esigenza, sembrerà banale dirlo, è quella di giocare a calcio.
L’atleta, invece, per tutto ciò che i ruota intorno al calcio, anche e soprattutto a livello giovanile, non dovrebbe prendervi parte, anche perché i ragazzi di questa età devono inserirsi nel calcio che conta con una condizione mentale leggera.

– Ecco, prendo spunto da questa tua locuzione interessante (“condizione mentale leggera”) per parlarti di un evento che si è tenuto il 24 maggio dal titolo “Il calcio che amiamo”, organizzato dalla Gazzetta dello Sport con la Santa Sede. Tra i tanti passaggi più emozionanti del Pontefice, vi sono questi: “La felicità è dare un pallone a un bambino per giocare (…), dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni (…). Spesso si sente dire anche che il calcio non è più un gioco: purtroppo assistiamo, anche nel calcio giovanile, a fenomeni che macchiano la sua bellezza. Ad esempio, si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi-ultras. Il calcio è un gioco, e tale deve rimanere (…). Si rincorre un sogno, senza però diventare per forza un campione. È un diritto non diventare un campione”. Lo stesso Tevez, un annetto fa sul corriere della sera, ha detto “ho la stessa sensazione di quando giocavo da voi: i ragazzini sanno tutto di tattica ma la palla non la toccano bene. In Argentina si gioca ancora per la strada”.
Ecco, riflettendo un attimo davanti a queste parole significative, credi che il calcio stia davvero perdendo la magìa che aveva nella nostra infanzia?

Assolutamente si. Tutto vero.
I bambini non giocano più per strada perché non ci sono più gli oratori di un tempo dove si svolgeva l’attività sportiva di base.
Per strada non trovi più i ragazzini giocare. Devi andare a cercarli nelle strutture predisposte (come le scuole calcio), ma andiamo sempre comunque a parlare di educazione e far capire a tutti che i ragazzini che devono divertirsi.

Si, sono d’accordo. Tuttavia, come sai, il mondo del calcio è legatissimo al business, ed i ragazzi, in età ancora adolescenziale – complice anche il ruolo incontrollato dei social media – tendono a comportarsi come fossero dei professionisti. Da uomo di calcio e di sport in generale, trovi che i giovani calciatori di oggi siano cambiati rispetto alla tua epoca?
Ti chiederei in particolare di raccontarci come voi ragazzi del settore giovanile vi rapportavate con la società, i dirigenti e lo staff tecnico, e se trovi che queste differenze siano così marcate rispetto ad oggi.

Il problema che hai sollevato tu secondo me non è così generalizzato, anche se certamente rispetto alla mia epoca è cambiato molto, però penso dipenda anche dal carattere del singolo, e da cosa ruota intorno ad esso.
Come ti ho detto prima, deve esserci una certa elasticità mentale, perché se poi il ragazzino va in sofferenza non è più un divertimento, e ad alti livelli – come noto – ci arrivano solo i giocatori forti di testa.
Poi chiaro, il problema dei procuratori non è da sottovalutare.

– Quindi, come peraltro ci ha anche confermato Dino Baggio, rispetto alla vostra epoca è cambiato tutto. Come vi rapportavate voi ragazzi del settore giovanile con la società, i dirigenti e lo staff tecnico?

Ma guarda, era tutt’altro mondo, e non si può proprio paragonare. Dinamiche totalmente diverse.

– Credi che questi valori si stiano perdendo anche ad alti livelli? Al riguardo, Ti segnalo che, ad esempio, anche Carlo Ancelotti, recentemente (il 25.3.2019), ha ribadito questi concetti, che per noi sono determinanti, e sul quale battiamo molto: “Sono stato tanti anni all’estero, credo che altrove siano molto più avanti di noi nella cultura sportiva. In due anni in Inghilterra non ho mai ricevuto un insulto, qui invece ci insultiamo ancora. (Spr/AdnKronos – http://www.sportfair.it/2019/03/carlo-ancelotti-problema-calcio-italianoinsulti//).

Esattamente. E’ una questione di mentalità latina, che è diversa da quella anglosassone, dove c’è un rispetto totalmente diverso da noi.

– Vorrei chiederti adesso cosa pensi di uno dei maggiori problemi (pratici) del calcio giovanile, e che riguarda la presenza incontrollata degli stranieri. L’attuale CT Mancini, ha recentemente dichiarato: “dispiace vedere molti giocatori italiani in panchina. Spero sempre che gli italiani giochino, sono convinto che molti di quelli che sono in panchina sono molto più bravi degli stranieri che sono in campo”.
E lo stesso Selezionatore, a proposito delle seconde squadre: “anche le seconde squadre possono aiutare chi non gioca in prima squadra. All’estero non si fanno tanti problemi a far giocare i giovani, anche in Italia servirebbe più coraggio per lanciarli”.
Aggiungo l’intervista di Vincenzo D’Amico, del 19.2.2019 (qui il link: https://gazzettaregionale.it/notizie/d-amico-giovanili-troppi-stranieri-e-su-lotito): “Basta fare un piccolo esperimento. Leggere le formazioni delle squadre Primavera o dell’Under 17. Quanti stranieri troviamo? Tanti. E sai perché? Perché c’è maggiore margine di guadagno. Un calciatore che viene dall’estero, anche se non rende al massimo, rimane un’ottima pedina di scambio. E’ più difficile crescere un italiano”.
Tu come vedi la questione “stranieri”?

E’ un problema serio questo. Molte società si appoggiano a scout di altri continenti per far arrivare in massa giocatori che magari sono proprio meno bravi.
Come dici tu, è solo una questione di business, anche perché i ragazzi italiani hanno costi superiori.
Questo è certamente un aspetto che va affrontato, prima o poi, dando una regolamentazione, perché è ovvio che se si vuole continuare a dare visibilità al movimento italiano, bisogna dare comunque l’opportunità ai nostri ragazzi di potersi esprimere.

– Questa “pratica” ci porta diritti ad uno dei maggiori problemi che è legato agli stranieri, e che attanaglia il nostro comparto a livello giovanile, ossia il “risultatismo”. Si sviluppano rose già a partire dagli under 9 o 10 dove la fisicità la fa da padrone, creando evidenti storture nei campionati, perché a questa età la società X che mette in campo bambini o ragazzini possenti e sviluppati (specie se provenienti da altri continenti) diventa imbattibile. Cosa ne pensi?

E’ verissimo. Sono input societari.
Purtroppo, essendo tutto legato agli enormi interessi in gioco, si creano queste situazioni incredibili.
Va da sé che poi si cerca di creare dei piccoli campioncini per poter dare in futuro introiti importanti.

– Senza contare che poi questo flusso continuo di stranieri castra un intero movimento come il nostro, che secondo me è all’avanguardia del calcio mondiale, perché costringi i ragazzi a trasferirsi all’estero, per giocare, già a 16 anni: ne sono esempio Cudrig (2002) che è andato in Belgio, Pellegri in Francia e Scamacca in Olanda.

Si. Assolutamente.
Purtroppo però la “libera circolazione” è anche questo, e quindi è difficile intervenire, ma non c’è dubbio che il problema c’è, e va affrontato.

– Parliamo di calcio giocato: tutte le nostre rappresentative nazionali, dalla under 21, passando per la under 20 (mondiali), e sino ad arrivare alla 19 e 17 si sono ufficialmente qualificate alle fasi finali degli Europei e mondiali. Ad esempio l’under 17 è arrivata ancora in finale all’Europeo perdendo ancora contro l’Olanda. L’under 20 ha fatto un ottimo mondiale, arrivando quarta.
Molti di questi ragazzi li abbiamo schedati, ed anche conosciuti con delle interessanti chiacchierate pubblicate sulla rivista.
A mio avviso è un grande traguardo per il nostro calcio. Ci puoi dare un tuo parere al riguardo?

Certo. Ma il nostro calcio è sempre stato un movimento importante, che ha ottenuto risultati incredibili, naturalmente grazie al talento, alla forza, alle competenze, per cui i risultati delle nazionali giovanili non mi sorprendono.

– C’è qualche talento delle giovanili che ti sta impressionando particolarmente?

Direi che ho visto tanti giovani di ottime prospettive. Forse in assoluto il giocatore che più mi sta impressionando, e che ho seguito anche all’Europeo under 21, è Fabian Ruiz.
Questo è un giocatore di altissimo livello, secondo me.
Però anche in Italia ci sono tanti talenti. Devo dire che, come hai ricordato prima, ultimamente siamo cresciuti moltissimo, e di questo bisogna dare atto al lavoro a livello giovanile. Siamo pieni di risorse.

– Sei una leggenda di questo sport, sia a livello di club (Juventus) e di nazionale. Hai vinto tutto, tra cui anche un campionato del mondo, facendo sognare milioni di bambini (io all’epoca avevo solo 8 anni, ed ero al mare, ma non mi persi nessuna partita nei vari bar). Sei stato uno dei migliori terzini sinistri della storia del calcio in assoluto, e quindi ti chiederei chi, secondo te, della nuova generazione (diciamo a partire dalle promesse della classe 1998, 1999, 2000, 2001, 2002) sta emergendo? Ci puoi dare alcuni nominativi e soprattutto qualche dettaglio tecnico?
(n.d.r.: la nostra rivista ne ha schedati già alcuni, ma non vale spulciare!).

Come sai, non è mai corretto fare paragoni attuali, soprattutto in un ruolo così particolare come il mio. Penso che i paragoni si debbano fare solo ed esclusivamente alla fine della carriera.
Trovo sbagliato che ad esempio dopo 3 o 4 partite un ragazzino mi venga accostato.

– Parliamo di calcio femminile: sei stato allenatore della nazionale maggiore, per cui conosci il movimento. Ti chiediamo innanzitutto a che punto è il nostro calcio e se credi che per migliorare la visibilità sia ormai necessario passare al regime professionistico, come paventato recentemente da Gravina, o se invece paventi anche riforme strutturali.

Beh, certamente passare al regime professionistico è la prima riforma da fare, se si vuole far crescere il movimento. E’ il primo passo fondamentale, anche se non si sa se ci si riuscirà.
Ci vuole tempo.
Però ritengo che questa crescita di tutto il movimento sia anche dovuta all’intervento delle squadre professionistiche maschili, che hanno integrato le squadre femminili al loro interno.

– Ti chiederei anche quali sono dal punto di vista tecnico le reali differenze con il calcio maschile.
Te lo chiedo perché io una idea me la sono fatta, però devo dire che guardando questi mondiali – al di là delle ovvie differenze agonistiche (intensità di gioco, e fisicità) – non mi pare che le differenze siano così marcate. Ho assistito ad alcune partite, non solo delle nostre ragazze (che secondo me stanno facendo benissimo, e con gol di pregevole fattura tecnica), ma anche dell’Inghilterra contro il Giappone, ad esempio, dove mi ha sinceramente impressionato la prima rete della White, su assist fantastico della Stanway, che nulla ha da invidiare alle sessioni maschili. C’è tutto in quella azione verticale: spaziatura, associazione, movimento, tecnica, visione e cattiveria.

E’ un altro sport. Non c’entra niente con il calcio maschile. Non ci sono concatenazioni.

– Spero possa farti piacere, ma al riguardo abbiamo iniziato, nel nostro piccolo, a dare voce a questo movimento, ed abbiamo pubblicato la prima intervista ad una “talenta” del Sassuolo e della nazionale under 19, Imprezzabile, del 2001, che peraltro mi ha detto che per lei è stato un onore vederti in occasione della sua prima chiamata nella nazionale giovanile.

Si certo, mi fa piacere che date voce al movimento, e ovviamente mi fa piacere che Francesca – che peraltro saluto – si sia ricordata.
Il calcio femminile non può andare avanti con le proprie gambe, anche perché il numero delle tesserate è molto minore rispetto ai numeri delle altre grandi federazioni. Bisogna attenersi a programmi a medio termine perché il lavoro non è semplice.
Però di certo tutta questa visibilità che ha avuto grazie al Mondiale è stato di aiuto.
E’ un primo passo verso la continuità. Al calcio femminile serve la continuità.

Grazie Antonio. E’ stato un piacere, oltre che un onore.

Grazie a te, ed a tutta la rivista.

(Fonte foto: biografieonline.it)

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