Intervista esclusiva WFS: Gabriele Bellodi, talento italiano classe 2000 dell’Olbia (in prestito dal Milan)

GABRIELE BELLODI (difensore centrale) – OLBIA CALCIO 1905 S.R.L. (in prestito da A.C. MILAN S.P.A.)

Data di nascita: 02/09/2000
Luogo di nascita: Mantova
Altezza: 1.87

A cura di Christian Maraniello

Oggi Vi presento un giovane difensore centrale che, grazie all’Olbia Calcio, sta letteralmente esplodendo verso il calcio che conta: Gabriele Bellodi, classe 2000.

Alla scoperta di Gabriele Bellodi…

Il talento mantovano è arrivato quest’anno in Sardegna, in prestito dal Milan, e pronti via si è preso la titolarità contro il Pro Piacenza, a soli 18 anni, in un campionato, peraltro, molto complicato come quella della Lega Pro.

Grande merito, come dicevo, va senza dubbio all’Olbia Calcio, che per prima lo ha lanciato nel professionismo, tanto che è risultato essere il più giovane titolare dei tre campionati principali.

Del resto, se una società come il Milan manda ad Olbia un giocatore come Bellodi, è evidente la testimonianza della credibilità acquisita dagli isolani nella formazione dei giovani talenti. Senza contare che hanno avuto ben tre calciatori nel giro delle nazionali giovanili (unico club tra C e B): oltre a Gabriele, anche Caligara e Biancu.

Colgo quindi l’occasione per fare tanti complimenti alla società sarda, che ha altresì il pregio di aver avuto la rosa più giovane in assoluto tra i tre campionati, con una età media di 21,9 all’ultima partita disputata (oggi 22 anni netti: fonte transfermarkt); rosa che, peraltro, è composta da due soli giocatori stranieri, a differenza – ad esempio – della Juventus U23, che ne ha ben otto.

In una situazione come quella attuale, questi numeri valgono una nota di merito da evidenziare senza alcuna riserva.

Ed è così che Gabriele Bellodi, senza paura, si è calato immediatamente, emergendo in un torneo così difficile, sporco e frenetico, e dove la fisicità diventa un parametro vitale per poter emergere, crescendo in continuità e forza mentale.

Attitudini, queste, che gli serviranno per il prosieguo della carriera.
Ecco perché ho scelto di raccontare la storia di Gabriele, attraverso le sue parole: colpisce infatti la sua umiltà, ma soprattutto la sua caparbietà nel voler a tutti i costi imporsi, anche rischiando, e mettendosi in gioco.

Del resto sono scelte che molti ragazzi compiono a questa età, complice invero una struttura calcistica che di certo non li agevola: Vi abbiamo infatti raccontato le storie di Zennaro e di Salvatore Esposito, che con Bellodi (ed altri) condividono questo percorso, senz’altro da elogiare.

Ritengo, dunque, che la decisione di Gabriele Bellodi di andare a giocare all’Olbia Calcio, seppur in prestito, sia stata vincente, e d’altra parte quanto hai qualità tecniche, personalità e voglia, queste non passano mai inosservate, e la dimostrazione sono le costanti convocazioni nelle varie categorie della nazionale (da ultimo, appunto, in Under 19).

Dunque, fatta questa piccola premessa, addentriamoci nelle caratteristiche tecnico-tattiche di Gabriele, calibrandole alla visione moderna del ruolo.

E’ noto che oggi il modo di difendere è decisamente cambiato rispetto a qualche anno fa: il centrale non deve solo saper marcare, ma anche impostare, conoscere il gioco ed il suo sviluppo.

Senza contare che i parametri fisici, aerobici, di intensità non si differenziano molto dagli altri ruoli. Sappiamo che il difensore evoluto non è più slegato dalla squadra ma è parte integrante, perché sale, accompagna, ricopre metri scivolando in ampiezza, muovendosi quindi molto.

Riflettendo, quindi, su queste trasformazioni concettuali allora vorrei cominciare a mettere dei punti fermi, che peraltro mi ha confermato lo stesso Gabriele Bellodi: “Le mie caratteristiche principali sono: l’anticipo, il colpo di testa e l’uno contro uno”.

Da questa breve descrizione parrebbe il classico difendente deputato alla rottura, ma vi stoppo subito (come farebbe lui, probabilmente!), perché nella realtà con gli anni ha sviluppato una buona propensione a gestire lo spazio, senza per forza aggredirlo con irruenza, con una discreta lettura anticipata di tempi e situazioni, nonché ad una facilità di corsa che lo rendono, secondo me, adatto anche a moduli prepotenti.

Questo perché il compito non termina più, come un tempo, con la chiusura, bensì con un inizio di costruzione: chiudo e scarico.

In tal senso si chiede massima attenzione, perché un errore in trasmissione determina un flash transizionale. Ed è così che Gabriele Bellodi resta al passo: “cerco di interpretare il mio ruolo senza prendere troppi rischi in fase di impostazione”.

Trovo, peraltro, molto migliorato il suo concetto di read and react, che lo porta, come detto, ad avere adattabilità per una difesa pensata in avanti.

Chiaro che poi quando cambi realtà devi anche adattarti. Gabriele mi ha infatti confermato che dal suo arrivo all’Olbia si è trovato da subito “coinvolto nel gioco, perché con mister Filippi si cerca sempre di iniziare il gioco dai difensori per cercare di guadagnare spazi nella metà campo avversaria”.

Ci sono ovviamente degli aspetti da migliorare nel suo modo di interpretare il compito, e peraltro – a quelli individuati dallo stesso Gabriele, a cui rimando – mi permetterei di indicarne un altro, ossia il lasciarsi (alle volte) usare dall’attaccante diretto, offrendo allo stesso un appoggio fisico che può sfruttare per proteggere palla e girarsi.

Ecco, penso che Gabriele debba migliorare nella capacità di usare il corpo dell’attaccante a suo vantaggio, ad esempio staccandosi immediatamente da esso per non fargli capire la sua posizione e la scelta, così mandandolo in corto circuito.

Dunque, la crescita definitiva di Gabriele Bellodi passa anche dall’espansione dei mind readings, intesi come libertà di lasciare la prima scelta all’attaccante diretto; solo così diventi un difensore completo, glaciale, e portato a marcare chiunque, compresi i giocatori rapidi, brevilinei, liquidi, diretti, che notoriamente sono il grande spauracchio dei difensori fisici.

Morale della favola, il lavoro del difensore è subacqueo. Di un attaccante si ricordano reti, skilss, giocate, mentre è raro che permangano nella mente scivolate, chiusure, o anticipi di un centrale, semplicemente perché si è sempre attivi, mai passivi.

Chiudo questa breve disamina, citando un grande difensore degli anni ‘90, Filippo Galli, che recentemente, intervistato dalla rivista “l’ultimo uomo” del 10.5.2018 (la trovate al seguente link: https://www.ultimouomo.com/filippo-galli-giovanili-milan) ha sintetizzato, con la sua proverbiale competenza, il concetto moderno del ruolo, che regalo a Gabriele: “Un difensore moderno non può limitarsi alla capacità di marcare, deve saper lavorare sullo spazio e sul riferimento dato dall’avversario. Difendere diventa una lettura complessa, nella quale il difensore tiene conto della palla, della porta, degli avversari e dei compagni”.

Intervista a Gabriele Bellodi

Gabriele, che percorso hai fatto prima di arrivare all’Olbia? Sappiamo che sei arrivato in prestito dal Milan, dove hai fatto tutto il percorso delle giovanili. Hai dei ricordi particolari, come ad esempio un episodio specifico del primo provino, da bambino?

Ho iniziato a 5 anni a giocare nella scuola calcio del mio paese. Successivamente sono approdato al Mantova, nel quale ho giocato 2 anni.
Un ricordo particolare che ho del mio primo provino al Milan è che quando sono entrato ho segnato due gol. Allora giocavo da attaccante. Dopo aver segnato, sono stato sostituito perché ha cominciato a sanguinarmi il naso.

Chi ti ha scoperto e in che modo?

Il primo a notarmi fu Davide Bianchessi, allora allenatore di una squadra giovanile del Monza che mi vide giocare proprio a Monza, e mi segnalò al Milan.

Quest’anno ti sei confermato a livelli altissimi in Lega Pro, in un campionato molto difficile e fisico. Il “salto” dalla primavera alla prima squadra è stato complicato? C’è un segreto? Carattere, forza mentale, determinazione o c’è dell’altro?

Il calcio giovanile è totalmente diverso da quello della prima squadra.
A Olbia all’inizio ho trovato alcune difficoltà, ma sono riuscito a superarle calandomi abbastanza velocemente nella nuova dimensione.
L’unico segreto è quello di allenarsi sempre al massimo, con umiltà, cercando di imparare dall’esperienza dei compagni di squadra più grandi. Oltre a questo, per un difensore sono convinto che non debbano mai mancare applicazione, concentrazione, carattere, personalità e determinazione.

Nel calcio moderno, ciò che si richiede al difensore centrale non è solo marcatura, e tempismo sulle palle inattive, ma anche partecipazione alla costruzione. Questa nuova concezione ti trova in qualche misura coinvolto? O credi che un difensore centrale debba essere concettualmente passivo, ossia debba solo saper marcare o comunque togliere riferimento al diretto avversario?

A Olbia mi sono trovato molto coinvolto nel gioco, perché con mister Filippi si cerca sempre di iniziare il gioco dai difensori per cercare di guadagnare spazi nella metà campo avversaria. Rimango sempre dell’idea che la cosa più importante per valutare un difensore sia la fase difensiva, ma nel calcio moderno un difensore centrale deve saper fare entrambe le fasi.

Ti stiamo seguendo da un po’, ma come per altri talenti da noi intervistati, ti chiediamo di parlarci delle tue caratteristiche principali e del tuo modo di giocare ed interpretare il ruolo. E soprattutto, dove, secondo te, dove puoi migliorare.

Le mie caratteristiche principali sono: l’anticipo, il colpo di testa e l’uno contro uno. Quando gioco cerco di interpretare il mio ruolo senza prendere troppi rischi in fase di impostazione, cerco di chiamare i miei compagni, tengo sempre molto alta la concentrazione e gioco con molta “cattiveria agonistica”. Data la mia giovane età devo migliorare sul mestiere e le astuzie che il ruolo richiede.

Recentemente è apparso, sulla rivista specializzata “Rivistaundici”, un articolo molto interessante sulle dinamiche del tuo ruolo e sull’intesa che si deve creare con il compagno di reparto della linea di difesa (si trova al seguente link: http://www.rivistaundici.com/2018/11/28/difensori-intesa/), e ci si sofferma su un aspetto molto importante, che è la comunicazione. Nell’articolo, un grande ex centrale, Beppe Bergomi, sottolinea l’importanza di stabilire una gerarchia: “Il rapporto deve essere proficuo, ma non paritario: un centrale è la mente, l’altro il braccio”. Peraltro abbiamo intervistato recentemente un tuo collega di reparto, Gabriele Corbo, il quale ci ha raccontato che anche per lui la comunicazione in campo è fondamentale. Ti chiedo quindi di raccontarci le tue impressioni al riguardo.

Sicuramente avere un’ottima intesa e conoscere al meglio i proprio compagni di reparto aiuta tantissimo il reparto difensivo. L’intesa si allena durante la settimana negli allenamenti e nei video proposti dallo staff. Per quanto mi riguarda, penso che il centrale più esperto e con più leadership debba comandare la linea difensiva comunicando in modo che ci si possa muovere con i giusti automatismi.

C’è una partita, in particolare, che ricordi nelle giovanili ed in Lega Pro?

Una partita che ricordo delle giovanili è la finale contro la Juventus quando, in svantaggio per 1-0 a 10 minuti dalla fine, vincemmo la gara prima trovando il pareggio su calcio di rigore e subito dopo un con mio colpo di testa. Invece in Lega Pro, la vittoria in casa 2-1 contro l’Entella, squadra che poi ha vinto il campionato. Un grande risultato.

Hai un modello di riferimento tra i difensori centrali? Un idolo? E cosa ti manca, o comunque cosa gli “ruberesti”?

Il mio modello di riferimento è Alessio Romagnoli. Data la mia giovane età posso ancora crescere a livello fisico e muscolare e ad Alessio “ruberei” la personalità e lo spirito di leadership che a me ancora mancano perché sono alle prime esperienze tra i grandi ma che già da quest’anno ho incominciato ad acquisire.

C’è un allenatore che ricordi con più affetto nella tua carriera? Perché?

Ho più di un allenatore preferito, tra questi certamente Stefano Nava, Rino Gattuso e Riccardo Monguzzi. Li ricordo con più affetto perché mi hanno aiutato tanto e ognuno di loro mi ha fatto crescere in aspetti diversi.

Ci racconti qualche episodio simpatico accaduto durante gli allenamenti, oppure in qualche partita?

Durante gli allenamenti ne potrei raccontare talmente tanti che non finirei più.
In un Milan-Udinese mi ricordo che due cani entrarono in campo e incominciarono a rincorrere la palla. Oppure quando contro il Chievo si accesero in campo gli irrigatori in campo.

Domanda d’obbligo: hai giocato in altre posizioni durante il tuo percorso nelle giovanili?

Sì, ho giocato come centrocampista centrale e terzino destro.

Stai facendo la trafila delle giovanili in Nazionale, ed ora in under 19: parlaci delle tue emozioni a vestire la casacca azzurra e se puoi dirci che ambiente si respira, anche a livello tecnico, non solo caratteriale.
E parlaci anche dei tuoi sogni ed obiettivi.

Indossare la maglia azzurra per me è sempre un onore. Vedere il mio nome tra i convocati è sempre una grande emozione perché so di dover andare a rappresentare, insieme ai miei compagni, il mio Paese.
A livello tecnico si cerca sempre di esaltare le qualità dei singoli, mentre dentro Coverciano si respira aria di storia. Ogni volta che vado mi fermo a guardare le foto di quella fantastica notte del 2006. Il mio sogno è quello di arrivare a indossare la maglia della Nazionale A. I miei obbiettivi sono quelli di dare il massimo per non avere rimpianti.

Giovanni Galli, grandissimo portiere della nazionale e di tante squadre di club, prendendo spunto dal recente episodio accaduto qualche giorno fa (rissa tra genitori) ha fatto una proposta interessante, ossia obbligare i genitori a partecipare ad “allenamenti pedagogici” (su come cioè ci si comporta sugli spalti e quali valori sportivi devono essere trasmessi ai figli): noi teniamo molto a questi ideali dell’etica e del rispetto, per cui ti chiediamo di dirci due parole al riguardo.

Penso che nel calcio giovanile il risultato in campo conta, ma non eccessivamente. Credo che i genitori in tribuna debbano essere i primi a dare il buon esempio ai ragazzi. Penso sia giusto fare questi “allenamenti pedagogici”, per far capire ai genitori che alle partite si va per divertirsi e per godersi lo spettacolo.

Ormai sei proiettato verso il calcio che conta. Si legge spesso il tuo nome accostato a grandi squadre. Queste voci ti infastidiscono, nel senso che ti danno pressione, oppure sono un pretesto per fare meglio?

Vedere il mio nome accostato a grandi squadre mi rende orgoglioso. Ciò significa che a Olbia ho fatto una buona stagione e che il club è funzionale alla mia crescita. Tutte queste voci non mi infastidiscono, anzi mi incentivano a migliorarmi sempre di più perché nel calcio basta poco per passare dal meglio al peggio.

C’è un calciatore con cui vorresti giocare un giorno? Ed un allenatore? Se si, puoi descriverci le motivazioni?

Non ho un giocatore e allenatore in particolare con cui vorrei giocare. Ma sogno che un giorno i giocatori che ad oggi vedo solamente in tv possano diventare miei compagni o avversari.

Hai un obiettivo specifico, a livello calcistico?

Il mio obiettivo principale è quello di arrivare in serie A.

Segui il calcio estero? Quale in particolare?

Si, seguo in particolare la Champions League e la Premier League.

Ci parli del Gabriele ragazzo? Passioni, hobby, studio, amicizie.

Per quanto riguarda il Gabriele ragazzo, la mia unica passione è il calcio.
Ho parecchi hobbies: giocare alla PlayStation, uscire con gli amici e giocare con il mio cane. Le mie amicizie sono rimaste quelle di quando ero piccolo e, quando le pause me lo consentono, ci ritroviamo sempre.

Ultima domanda: il ruolo della tua famiglia rispetto alla tua carriera.

La mia famiglia è molto importante per me e per il mio rendimento.
Mi sostiene e mi sta sempre vicino. Quando possono, i miei genitori vengono sempre a vedere le mie partite. Li ammiro molto perché, nel bene o nel male, hanno sempre rispettato e accettato le scelte dei miei allenatori.

Ringraziamenti

Termina così anche questa interessante chiacchierata.
Gabriele è proiettato verso una carriera ad alti livelli, e ci auguriamo – ma sono certo che sarà così – che faccia tesoro di tutte le esperienze vissute, mettendole in campo con personalità, e sempre tenendo presente i valori fondanti di questo splendido sport, tra cui l’etica ed il rispetto, sui quali noi crediamo molto.
La Rivista sarà sempre in prima linea a dare risalto ai nostri talenti, tenendo anche in giusta considerazione lo splendido lavoro delle singole società.
Ringrazio quindi Gabriele, a nome della Rivista, per la disponibilità e la cortesia dimostrata.
Ringrazio ovviamente anche la società Olbia Calcio 1905 S.r.l., ed in particolare il Responsabile Marketing e Comunicazione, Matteo Sechi, per la cortese autorizzazione e la fiducia accordataci.

(Fonte foto: Zimbio.com)

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