Intervista esclusiva WFS: Francesca Imprezzabile, talento italiano classe 2001 del Sassuolo

FRANCESCA IMPREZZABILE (centrocampista/trequartista) – U.S. SASSUOLO CALCIO SRL

Data di nascita: 17/01/2001
Luogo di nascita: Piacenza
Altezza: 1.67 cm.

A cura di Christian Maraniello

Ci sono verità universali che se recitate dal quisque de populo (come il sottoscritto) assumono rilevanza pari a zero, mentre se declamate da un certo Carlos Tevez diventano una sculacciata, in questo caso al calcio italiano: “ho la stessa sensazione di quando giocavo da voi: i ragazzini sanno tutto di tattica ma la palla non la toccano bene. In Argentina si gioca ancora per la strada”. (tratto da un’intervista al Corriere delle Sera)

Alla scoperta di Francesca Imprezzabile…

Traggo spunto da questo monìto, per presentarVi una grande novità della Rivista, che riguarda il calcio femminile e le sue interpreti. Oggi presento infatti Francesca Imprezzabile, una “talenta” del 2001, di stanza a Sassuolo, che sul proprio profilo social ha pubblicato questa durissima sentenza dell’Apache.

E quando si parla di strada e di bambini che marciscono in casa davanti alla playstation, discutiamo ad ogni livello, e quindi anche di calcio femminile.
Ecco perché penso sia arrivato il momento di far conoscere anche questo movimento, sempre però a modo nostro; un movimento che non può e non deve essere considerato di nicchia, e men che meno minore o “sottovalutato” come lo definisce Francesca, rispetto a quello maggiormente seguito.

Conoscendo, invero, poco di questa branchia ho iniziato a guardare qualche partita, sia a livello di club e sia di nazionale, specie ai mondiali di Francia e devo ammettere che tutte quelle attitudini legate al calcio maschile – con chiare differenze in termini di intensità di gioco e velocità – le sto trovando anche nelle donne.

Cito a mero titolo di esempio una partita del mondiale che mi è rimasta impressa (Giappone-Inghilterra) ed in particolare per il primo gol della White, che è stato talmente bello e rapido nella sua formulazione tecnica che mi è parso di assistere ad una jam session da futsal maschile: la mediana dell’Inghilterra raccoglie un rinvio della difesa giapponese, ed appoggia alla Stanway, la quale con una finta ipnotica manda in corto circuito la difendente giapponese, e con una imbucata d’esterno psichedelico serve la White nello spazio, che vis a vis col portiere la trafigge con uno scavetto prosaico, esplodendo poi la sua gioia con una esultanza potentissima.

Ecco, non voglio esagerare con la romanzata, ma dietro a questi gol, ed a queste liturgie tecniche (come quelle di Francesca e di tante sue colleghe) ci sono messaggi non troppo plumbei: ragazzi, ci siamo anche noi, sappiamo fare i vostri gol, sappiamo imbucare come voi, sappiamo segnare come voi, ed allora perché siamo ancora in regime di dilettantismo, mentre voi no?

Ringrazio certamente la Rivista ed il suo gestore, l’amico Massimiliano Palma che – dopo varie discussioni – ha ceduto alle mie istanze e mi ha consentito di provare a contattare Francesca Imprezzabile, per questa chiaccherata.

Dunque veniamo a Francesca: è una trequartista versatile, che nella moderna nomenclatura non faccio fatica a definire “totale”. Indossa la dieci, e già questo credo sia significativo della categoria tecnica della ragazza.

L’ho studiata attentamente contro la Juventus, nella recente finale di Viareggio Cup, e giocava come un ibrido interessante, quasi da intermedio di raccordo, dove spesso aggrediva lo spazio arrivando quindi a stazionare sull’ultimo terzo di campo.

Dopo i primi 25 minuti di obiettiva difficoltà – dove la Juve ha segnato due gol su palle inattive – le ragazze neroverdi hanno cominciato a giocare secondo principi chiari, ed anche Francesca è entrata nel match: emblematica l’azione al 42esimo, quando la diez chiama una combinazione 1-2 tecnicamente perfetta con Alice Pelinghelli, sull’out di destra, e ricevuta palla da quest’ultima conclude a rete di prima alto di poco.

Questo è un vertical mood che identifica la Imprezzabile come un germoglio in divenire, ma con margini di miglioramento importanti. Il risultato in sé conta poco, mentre è l’idea ad essere la legacy per il suo futuro.

E’ grazie a siffatte qualità (e potenzialità) che Francesca è presenza costante nella nazionale giovanile, e quindi anche a livello federale c’è molta attenzione e fiducia.

Dal punto di vista della singole attitudini, direi che mi ha confermato quanto visto: il compito lo interpreta con efficacia e serietà, la tecnica è di assoluto livello, così come il tocco di palla (veramente d’avanguardia), nonché la personalità, la resistenza, e in generale la fisicità che spesso la aiuta nei duelli vis a vis.

Devo dire che vederla giocare è un piacere, perché – al di là della eleganza – ha piena coscienza delle sue doti, e spesso reclama il pallone, lo gestisce senza pause e senza perdere tempi di gioco, e sa orientarsi nello spazio-tempo.

Vorrei però vederla maggiormente coinvolta nella partita, più cattiva e presente nei vari momenti, perché alle volte galleggia a vuoto; in certe situazioni, quando non si trovano le distanze, è bene trovare la posizione e gestire con calma, senza forzature.

Ma sono piccole cose che con il tempo imparerà. La materia prima è comunque ben impostata, e sono convinto che quando hai giocatrici con questa personalità, la squadra ne beneficia, come ad esempio contro l’Inter, nella semifinale del “Viareggio Cup” quando Francesca – conquistato il rigore da Giada Casini – ha preso il pallone senza voler sentire ragioni, e con uno slavadenti all’incrocio ha pareggiato portando la squadra ai rigori (e qualificandola poi per la finalissima contro la Juve).

Mi pare chiaro, però, che al di là dell’aspetto squisitamente tecnico, a mio parere Francesca trae comunque beneficio anche dalla forza del collettivo. Al riguardo, ho avuto modo di ascoltare le parole di mister Nicoli, sul canale ufficiale del club, la cui richiesta principale è quella di “essere squadra ed aiutarsi sempre”, enfatizzando il concetto di gruppo come incipit di ogni partita: “è un gruppo che si vuole bene”.

Vorrei chiudere con un piccolo aneddoto: Francesca mi ha raccontato più volte l’effetto dirompente delle parole di Tevez, e di come da esse ne ha tratto giovamento. Per lei, infatti, “la tecnica individuale è fondamentale” e per migliorarla “quando il campionato è finito, ogni mattina con mio fratello vado al campo per provare punizioni, uno contro uno e cross. Essere i più forti non è un obbligo di altri, è una scelta tua”.

Mi verrebbe da distillare il tutto in un claim didascalico: “maschietti, avete capito?”

Intervista a Francesca Imprezzabile

Francesca, raccontaci la tua storia: in che modo è nata la passione del calcio, come hai iniziato a giocare, e soprattutto dove.

Sono sempre stata una bambina irrequieta, quindi dovevo trovare uno sport che mi permettesse di potermi sfogare.
Dopo averne provati svariati, all’età di 5 anni, decisi di provare a seguire le impronte del papà buttandomi nel mondo del pallone.
Ho iniziato con i miei compagni di scuola nella squadra del paese, la “Junior Pontolliese”, dove ho giocato fino a 11 anni, poi mi sono spostata nel Pro Piacenza, sempre con i maschi dove son rimasta per due anni.
La prima squadra femminile che mi ha cercata è stato il Brescia ma ho aspettato di compiere 13 anni per andarci.
Ho fatto un anno lì dopodiché mi ha chiamata il Sassuolo (ex Reggiana calcio Femminile) dove ho esordito con la prima squadra nel campionato di serie B.

Durante il Tuo percorso nelle giovanili, hai trovato difficoltà, a livello generale?
Mi spiego: al di là degli stereotipi che dovete, immagino, affrontare tutti i giorni (il calcio come sport per “maschi”, ecc.), c’è la percezione, ancora oggi, che il calcio femminile sia in qualche misura “minore” rispetto a quello maschile, e se si, in che modo?

Personalmente da piccola non ho sofferto molto il fatto di essere “una femmina” che giocava a calcio, forse perché il pensiero degli altri non mi ha mai sfiorato; dal momento che io mi divertivo un mondo a fare ciò che facevo, non mi preoccupavo del resto.
Crescendo invece, entrando a far parte di diverse realtà solo femminili, le differenze col calcio maschile ho iniziato a sentirle. Tralasciando lo stile di gioco, il calcio femminile come tutt’ora si può vedere, è decisamente meno seguito, più giudicato, meno pagato e a parer mio viene “sottovalutato”.
Ora come ora, visto come stanno andando le cose con la Nazionale ai Mondiali, credo sia ora di iniziare a dare al calcio femminile in Italia le attenzioni che si merita.
Mi auguro che la gente abbia iniziato ad apprezzare, a dare fiducia a ragazze che lottano come i loro colleghi “maschi” per raggiungere obiettivi che richiedono gli stessi sacrifici.

Esistono, quindi, ancora barriere che ostacolano la crescita del calcio femminile, ed una di queste credo sia il dilettantismo. Credi che il regime professionistico serva a contribuire ad innalzare la vostra visibilità?

Il calcio femminile è dilettantistico, passare al professionismo secondo me è uno dei passi più importanti che per questo movimento si possa fare.
Trasmettere le partite della serie A in Tv, far giocare partite importanti all’interno di stadi “veri”, far partecipare ragazze a campagne pubblicitarie importanti, e far incontrare giocatori e giocatrici, permette maggior visibilità.
Sta ora a noi dimostrare e far appassionare la gente al calcio femminile.

Mi sono un po’ documentato su internet, ed ho trovato un video della finale dei mondiali del 1999, quando gli U.S.A. vinsero contro la Cina ai calci di rigore. Ebbene, mi ha impressionato l’esultanza ipnotica di Brandi Chastain, che ha calciato l’ultimo rigore decisivo (clicca qui ), e come spiegò la stessa calciatrice (clicca qui per l’intervista) quella vittoria determinò non solo una maggiore visibilità del calcio femminile negli Stati Uniti, ma anche un notevole interesse ai valori dell’educazione, della condivisione, aggregazione e del rispetto.
Il calcio italiano, maschile e femminile, in relazione a questi valori, come è messo secondo te?

Da piccola passavo giornate e giornate con la palla fra i piedi. Mi divertivo e nessuno mi ha mai impedito di farlo. Ho genitori che non mi hanno mai messo pressioni col calcio, hanno sempre lasciato a me la facoltà di scegliere ciò a cui dare più importanza. Forse è grazie a questo che ancora oggi non è cambiato nulla. Non c’è un giorno in cui non tocco il pallone, non ho mai saltato un allenamento, sono sempre stata una ragazza competitiva e ho sempre cercato di raggiungere i miei obiettivi fin da piccola; amo questo sport e nessuno mi ha mai obbligato a farlo.
L’amore, la passione, la fame e la dedizione devono venire dallo stesso giocatore e da nessun altro. Essere i più forti non è un obbligo di altri, è una scelta tua.

Venendo al calcio giocato, ho assistito alla recente finale di Viareggio Cup, che avete perso contro una squadra obiettivamente molto forte, come la Juventus, anche se i due gol sono arrivati da palle inattive. Ecco, ho notato che nonostante i due gol presi nei primi venti minuti non vi siete sfilacciate, ed anzi avete continuato a giocare secondo i vostri principi. Ho ascoltato qualche intervista di Mister Nicoli che spesso fa riferimento al gruppo: è effettivamente questa la vera forza del Sassuolo?

Sì è vero, siamo un gran gruppo. Ciò che ci ha sempre tenuto unite sono stati gli obiettivi comuni e la Mister ha sempre creduto in noi, quindi penso che questo aspetto ci ha aiutate a raggiungere mete importanti.
Siamo sempre state affamate, ci siamo spronate a vicenda nei momenti più duri ma soprattutto non abbiamo mai mollato. Siamo una squadra, o meglio, una famiglia, che conosce i propri limiti e lavora ogni settimana per superarli.
Probabilmente non siamo le più forti, ma ciò non vuol dire che non possiamo provare ad esserlo. Ti dico che la Juve è l’unica squadra che durante l’anno non siamo riuscite a battere, ma son sicura che noi siamo anche state l’unica squadra che le ha messe sempre in difficoltà.

Venendo a te nello specifico, sul sito ufficiale sei categorizzata come “attaccante”, però vedendoti giocare giostri più da trequartista (periferica), nel senso che agisci tra le linee, sull’ultimo terzo di campo, e cerchi di creare disconnessioni agli avversari muovendoti molto, aprendoti e dando soluzioni di passaggio: cosa ti chiede a livello tattico mister Nicoli? Hai dei movimenti codificati, o ti lascia decidere in autonomia cosa fare durante le situazioni di gioco?

Nasco come esterno alto, ma la mister mi fa giocare nella trequarti di campo facendo esaltare al meglio le mie qualità.
Amo avere la palla tra i piedi e in quella zona posso impostare, inserirmi, saltare l’uomo e tirare. Mi ha fatto provare questo ruolo quest’anno per la prima volta mostrandomi i movimenti durante gli allenamenti; di movimenti codificati non ne ho, perché in partita mi lascia libera di scegliere cosa fare in base alle situazione di gioco. Ovviamente dopo la gara se occorre mi corregge e io metto tutto nel mio bagaglio.

Indossi il 10, che come sai è una maglia pesante. Ce ne parli?

Nel femminile come nel maschile, il numero 10 lo indossano giocatori importanti, punti di riferimento per la squadra.
Io che lo porto mi sento in dovere di dimostrare ogni partita che son degna di indossarlo, devo far qualcosa in più degli altri, qualcosa che mi differenzia.
È un numero che in molti vorrebbero portare sulle spalle, ma è anche un numero difficile, un numero che va portato con responsabilità, rispetto e umiltà; sì umiltà perchè dai grandi numeri 10 ho ancora tanto da imparare.

Come per i tuoi colleghi maschi da noi intervistati, ti chiediamo di parlarci delle tue caratteristiche principali e del tuo modo di giocare. E soprattutto, dove, secondo te, dove puoi migliorare.

Come già detto in precedenza amo avere la palla tra i piedi, questo perchè il dribbling è un mio forte, cerco sempre l’uno contro uno ed è difficile che io perda palla; per me la tecnica individuale è fondamentale.
Quando vedo la porta provo il tiro da fuori e in società batto anche le punizioni, sulla precisione ci lavoro sempre e credo che sotto questo punto di vista si possa sempre migliorare.
Giocando da trequartista ho iniziato a fare tanti inserimenti, quello che mi manca ancora è la visione di gioco, anche se rispetto agli anni scorsi ci ho lavorato tanto e credo di essere migliorata.
Essendo nata come esterno ho tanta corsa e abbastanza forza fisica però devo migliorare sulla cattiveria agonistica, che per giocare con le ragazze di serie A è fondamentale.

Una delle caratteristiche principali del calcio moderno è la “versatilità”. Vedendoti giocare, anche per come ti muovi e per come sai leggere le varie situazioni di gioco, per la tecnica che hai oltre che una buona fisicità, mi pare che potresti (in ipotesi) giocare ad esempio come mezzala in una mediana a 3, oppure come esterno offensivo. Hai mai provato a districarti in questi ruoli, e pensi che dando questa disponibilità tu possa crescere di livello?

Il fatto di saper fare diversi ruoli è sicuramente un vantaggio per il giocatore stesso, questo te lo posso confermare.
Ho sempre fatto l’esterno alto da piccola, finchè un giorno la mia ex Mister D’Astolto, dato il mio continuo accentrarmi, mi ha fatto provare il ruolo della mezzala facendomi così ricoprire più la zona del centrocampo.
Son migliorata sotto il punto di vista tattico e tecnico oltre a migliorare la postura del corpo.
Svariate volte con la Nazionale mi è stato richiesto di ricoprire anche il ruolo di terzino, sì diciamo un terzino più offensivo che difensivo, che fa molte sovrapposizioni e che spinge sulla fascia, questo mi ha aiutato molto a conoscere anche la fase difensiva.

Confermandoti ad alti livelli, hai avuto la possibilità di giocare in serie A. Ti chiedo se puoi raccontare l’emozione che hai provato, e in generale le sensazioni di giocare con tanti giocatrici importanti.
Ti chiedo anche di spiegare ai lettori se le differenze tra la Primavera e la serie A sono così marcate, ed in che modo.

Il mio esordio in serie A l’ho fatto l’anno scorso contro il Chievo Verona fuori casa.
Sono entrata all’inizio del secondo tempo; quando mi è stato detto di accelerare il riscaldamento alla fine del primo tempo ho provato una sensazione strana. Ero carica a molla e non vedevo l’ora di mettere piede in campo.
Una volta entrata tutto è passato, sono entrata come mezzala sinistra e ho giocato la mia partita.
Non avevo realizzato in campo ma finita la gara, la prima cosa che ho fatto è stata chiamare i miei genitori per dirglielo e una volta arrivata a casa non facevo altro che saltare e raccontare [ride]
È stata una prestazione normalissima, non una delle migliori, questo perchè a differenza della primavera i ritmi e la velocità delle giocate sono differenti. Non hai il tempo di pensare, devi saper già cosa fare ancor prima di ricevere il pallone.

Restando in tema “calcio giovanile”, Giovanni Galli, grandissimo portiere della nazionale e di tante squadre di club, prendendo spunto dal recente episodio accaduto qualche giorno fa (rissa tra genitori) ha fatto una proposta interessante, ossia obbligare i genitori a partecipare ad “allenamenti pedagogici” (su come cioè ci si comporta sugli spalti e quali valori sportivi devono essere trasmessi ai figli): noi teniamo molto a questi ideali dell’etica e del rispetto, per cui ti chiediamo di dirci due parole al riguardo.

Quando non ho partite mi capita di andare a vedere giocare mio fratello.
Essendo anch’io un amante del calcio mi piace fare il tifo ma una cosa che non posso sopportare sono proprio alcuni commenti di genitori che si fanno prendere un pò troppo dalle partite.
Mi è capitato di assistere a litigi sugli spalti solamente per che cosa? una partita di ragazzini?
Chi pratica questo sport lo fa per passione, divertimento e amore, quello che mi sento di dire è che chi segue i propri figli deve dare il buon esempio con passione divertimento e amore.

Il 24 maggio in Vaticano si è tenuto un evento dal titolo “Il calcio che amiamo”, organizzato dalla Gazzetta dello Sport con la Santa Sede. Tra i tanti passaggi più emozionanti del Pontefice, vi sono questi: “La felicità è dare un pallone a un bambino per giocare (…), dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni (…). Spesso si sente dire anche che il calcio non è più un gioco: purtroppo assistiamo, anche nel calcio giovanile, a fenomeni che macchiano la sua bellezza. Ad esempio, si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi-ultras. Il calcio è un gioco, e tale deve rimanere (…). Si rincorre un sogno, senza però diventare per forza un campione. È un diritto non diventare un campione”. Ecco, riflettendo un attimo davanti a queste parole significative, credi che il calcio stia davvero perdendo la magìa che aveva nella nostra infanzia?

Ho giocato in società (sia maschili che femminili) che hanno sempre messo l’educazione prima di ogni cosa. A livello calcistico ed umano, sia nello sport come nella vita, il rispetto per il prossimo penso sia un punto fisso per la normale convivenza.
La maggior parte dei bambini sceglie di fare sport e oltre che ai genitori e ai maestri o professori, il compito di insegnare l’educazione ce l’hanno gli allenatori e i vari componenti delle società sportive.

Fai parte fissa delle varie categorie giovanili della nazionale: puoi parlarci delle tue emozioni a vestire la casacca azzurra? E puoi dirci che ambiente hai trovato? E soprattutto se la metodologia di lavoro è diversa rispetto al club.

L’ambiente è sicuramente più professionale rispetto a quello del club, quando sei via con la nazionale vivi di calcio: ti alleni, riposi, giochi, guardi partite e analizzi partite.
Gli allenamenti sono centrati sui principi e meno sulla cura del gesto tecnico, questo perchè non si ha molto tempo a disposizione. Si studiano i pregi a difetti delle squadre avversarie per poterle affrontare nei migliori dei modi.
A livello internazionale c’è un gioco più fisico e l’intensità è fondamentale.
Mi son sempre trovata bene con la squadra, le ragazze cambiano, il posto non è mai assicurato e questo ti porta a dare sempre il meglio di te, sia in partita che in allenamento.
Il momento che preferisco è quello che precede la gara, durante l’inno; lì sì che ti rendi conto dell’importanza di ciò che rappresenti. Sei su un campo e rappresenti la tua nazione, ti batti per essa e hai responsabilità che tutti vorrebbero avere quindi ti rimbocchi le maniche e quando l’arbitro fischia sai che dovrai iniziare una battaglia nella quale è vietato arrendersi.

Immagino tu stia seguendo i Mondiali, dove l’Italia sta giocando veramente bene.
Hai un modello di riferimento? E cosa ti manca, o comunque cosa “ruberesti” al tuo “idolo”?

Il mio idolo è sempre stata Marta, giocatrice del Brasile.
Oltre al fatto che sia stata nominata sei volte come calciatrice più forte al mondo in questo mondiale mi ha emozionato per l’amore che ha dimostrato nei confronti della squadra e del calcio stesso giocando anche da infortunata.
È un modello per il calcio femminile, ha fatto e sta facendo ancora tanto per questo movimento. È tecnicamente fortissima e da lei la caratteristica che ruberei è un pò di personalità.

C’è una calciatrice con cui vorresti giocare un giorno? Ed un allenatore? Se si, puoi descriverci le motivazioni?

Un giorno mi piacerebbe poter giocare con Valentina Cernoia, una ragazza che a livello calcistico mi incuriosisce molto.
È in grado di adattarsi in qualsiasi ruolo è ovunque si trova sa esprime il meglio.
Ha tanta esperienza e da una calciatrice così avrei solo da imparare. Ho avuto la fortuna, o sfortuna, di giocarci contro la prima partita al suo rientro da un infortunio contro il Sassuolo. È stata la migliore in campo, non ha sbagliato nulla nonostante fosse appena rientrata. Ha un calcio precisissimo oltre ad essere molto potente e mi piacerebbe un giorno potermi far dare qualche consiglio.
Invece un allenatore che mi piacerebbe avere è Attilio Sorbi e Rita Guarino.
Dico questo perché con Sorbi ho avuto la fortuna di allenarmi per due settimane in uno stage di perfezionamento con la Nazionale. Come penso abbiate capito io ho un debole per la tecnica individuale e in quei 15 giorni con lui sono migliorata tantissimo. Sono una che sta molto attenta anche al modo di approcciarsi che gli allenatori hanno nei confronti delle calciatrici; lui come rapporto umano mi è piaciuto.
Con Rita invece ci ho lavorato per un anno con la Nazionale under 16, lei era l’allenatrice in seconda e ogni volta che ci faceva fare delle esercitazioni, mostrandocele ci incantava tutte. È stata una grande giocatrice e penso che mi possa dare tutto ciò che mi manca.

Hai un obiettivo specifico, a livello calcistico?

Bhe diciamo che ho grandi ambizioni e del mio obiettivo finale preferisco non parlarne ancora. Sicuramente farò di tutto per trasformare il gioco che amo nel mio lavoro e chissà magari poterlo praticare all’estero.

Segui il calcio maschile? Quale in particolare?

In famiglia siamo tutti Juventini quindi io non potevo nascere altro che Juventina. Non sono una tifosa sfegatata, seguo il calcio in generale, infatti ho anche un debole per il Barcellona e un giorno mi piacerebbe poter vedere dal vivo i blugrana giocare.

Ci parli della Francesca fuori dal campo? Passioni, hobbies, studio, amicizie.

Fuori dal campo durante l’anno non mi rimane molto tempo quindi cerco di concentrarmi sullo studio.
Frequento il liceo Artistico ma con tutti gli impegni calcistici e di conseguenza le assenze quest’anno ho fatto veramente fatica e con lo sport le scuole italiane non ti agevolano.
Ho scelto questa scuola perchè negli anni scorsi le mie intenzioni erano quelle di fare design di interni un giorno all’università. Oggi come oggi invece preferirei spostarmi in ambito sportivo per poter studiare nutrizione un domani.
Quando ho la possibilità di tornare a casa il mio tempo preferisco passarlo in famiglia. Da quando mi sono trasferita non passo più tanto tempo con gli amici, non perchè non voglia ma perché quando ti rimane poco tempo a disposizione devi fare delle scelte su ciò a cui dare la precedenza.
D’estate invece, quando il campionato è finito, ogni mattina con mio fratello vado al campo per provare punizioni, uno contro uno e cross, poi ci fermiamo a far palestra. Finito il tutto facciamo i lavori che ci sono da fare in casa e appena tornano i miei genitori dal lavoro usciamo a goderci gli amici d’infanzia, quelli di sempre.

Ultima domanda: parlaci del rapporto che hai con la tua famiglia ed il ruolo che hanno avuto rispetto alla tua carriera.

Guarda, ti dico che a 16 anni ho deciso di trasferirmi in un appartamento per avvicinarmi al campo allontanandomi così dalla famiglia. Devo dire che da quando vivo fuori casa apprezzo di più la loro compagnia; non che prima non lo facessi, ma come tutti i giovani tendevo ad allontanarmi da casa.
A papà e mamma anche se non lo dico mai e li prendo sempre in giro chiamandoli “Madre Suprema” e “Padre Adolfino”, voglio un gran bene e penso siano fantastici.
Come tutti i genitori è inevitabile che cerchino di dare il buon esempio facendo anche la parte dei “cattivi”; però non ci hanno mai fatto mancare nulla e ci hanno sempre agevolato quando si trattava di calcio.
Son fortunata ad avere genitori che credono in ciò che faccio e mi aiutano a farlo mettendomi nelle migliori condizioni.
Sono fortunata anche perchè mi hanno sempre insegnato a cavarmela da sola.
Ho un fratello di due anni più piccolo che gioca nella Cremonese. Con lui ho un gran bel rapporto, forse perchè abbiamo molte cose da condividere, a partire dallo sport a finire con la camera. Molte volte passiamo tanto tempo a farci film sul nostro futuro da calciatori.
Poi ho una sorella maggiore di 23 anni, anche con lei mi trovo molto bene anche se con lei ho meno cose in comune e non nego che prima che uscissi di casa eravamo più legate. Che dire, non mi posso di certo lamentare, se son quella che sono è soprattutto grazie a loro.

Ti ringrazio Francesca. E’ stato un piacere. Voglio chiudere dicendoti che abbiamo in programma, a giorni, una intervista interessante con una leggenda del calcio, Antonio Cabrini, dove l’argomento di discussione sarà il calcio giovanile, anche con riferimento al comparto femminile.

Grazie a te, ed alla Rivista per la opportunità.
Quanto al mister, ti dico che è stato per me un onore vederlo di persona alla mia prima selezione con la nazionale, quando era ancora il CT della nazionale maggiore.

Ringraziamenti

Mi auguro che anche questa piacevole chiacchierata sia stata di Vostro gradimento, così come il nuovo argomento.
Ringrazio chiaramente Francesca che ha recepito in pieno il senso della mia iniziativa, raccontandomi e raccontandosi a 360 gradi, senza freni ed anzi con simpatia e disponibilità.
Al di là della chiacchierata, certamente stimolante, specie sul movimento femminile in generale e su aspetti del calcio giocato, devo dire che ho apprezzato tanto le sue parole sui valori fondanti di questo splendido sport – tra cui l’etica ed il rispetto – sui quali noi crediamo molto.
Ringrazio infine Greta Spagnulo, Area Comunicazione della società U.S. Sassuolo Calcio, per la fiducia.

Francesca Imprezzabile
Francesca Imprezzabile

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