Intervista esclusiva WFS: Flavio Bianchi, talento italiano classe 2000 del Genoa

FLAVIO BIANCHI (attaccante) – GENOA C.F.C. S.p.A. (under 19)

Data di nascita: 24.01.2000
Luogo di nascita: Asti
Altezza: 178 cm.

A cura di Christian Maraniello

“Chi segna vince” è un refrain che noi quarantenni – cresciuti a pane e pallone all’oratorio – ci portiamo dentro con nostalgia e che ci sforziamo di raccontare a chi non sa ciò che è (e dovrebbe essere) la normalità, ormai ahimè perduta.

E’ ancora nitido, infatti, il ricordo di quelle partite interminabili che, in odore di conclusione per il buio, si incendiavano improvvisamente perchè qualcuno esclamava quell’ordine definitivo; ingiunzione, questa, che aveva l’effetto di trasformarle in leggendarie ed al contempo brutali, perché nessuno voleva perdere, e non era il proprio il caso di rincasare con un simile fallimento sulle spalle.

Alla scoperta di Flavio Bianchi

E quando penso a questi goal risolutivi ed immutabili che chiudevano quei match, la mente corre ad uno dei principali attaccanti che stanno emergendo con prepotenza, in Primavera 1, e che Vi presento oggi, ossia Flavio Bianchi, talento del 2000, capitano e maglia n. 9 del Genoa.

Enfatizzo il numero di maglia perché a Flavio la faccenda interessa e non poco, come poi vi accorgerete leggendo l’intervista.

Del resto, il 9 (mai scriverlo in corsivo, grazie) è da sempre identificato come il calciatore che, geneticamente, è proiettato a schiantare in porta i palloni, con lo scopo – neanche troppo prosaico – di segnare.

Invero, Flavio è un attaccante atipico, a cui piace molto svariare (anche) tra le linee, abbassarsi ed associarsi con i compagni, però ha ben presente che il ruolo (o per dirla con Dadà, la “professione”), può generare insofferenza, specie quando manca il goal, e poco importa se hai giocato bene, con e per la squadra; il pallone deve urtare la rete avversaria, sollevarla come una gonna, perchè il rapporto con essa resta una vicenda manicomiale e perversa.

Dunque trovo sia impossibile liberare le punte da quell’ossessione, e penso faccia tenerezza la tendenza odierna di trovare definizioni, pur di giustificare quella mancanza (che tuttavia è normale); quando la dottrina parla di associatività, riferimenti, linee di passaggio, crea una teatralità semantica anche piacevole, ma che non redimono questi dannati roditori.

Lo stesso talento di Diano Marina mi ha precisato che in effetti “per un attaccante segnare è tutto, e sono i numeri quelli che contano, inutile nasconderlo o negarlo”.

Sono d’accordo con questo breve tracciante di Flavio, ma aggiungo che, a mio parere, tutti gli attaccanti degni di tal nome debbano essere affetti da dromomania ed in grado di proiettarsi, come gli anacoreti, in quella forma di solitudine spontanea che si esaurirà solo quando la palla varcherà la linea bianca, posta tra due pali.

Intendiamoci bene, però. Non c’è assolutamente nulla di anacronistico nell’avere il chiodo fisso del goal. Flavio difatti ne è libero, tuttavia questa maieutica mi entusiasma e sapete perché? Perché la rete che si gonfia è la vera essenza del calcio. C’è poco da discutere.

La sua anamnesi tiene peraltro desta ed operante la piena coscienza di sé, frutto di una intima fusione tra talento, lavoro e sacrificio. Più volte, infatti, nel corso della chiacchierata, espone questi concetti.

Ho anche proposto a Flavio, come vedrete, temi complicati e poco dibattuti nel mondo giovanile, come la poca fiducia delle società rispetto ai giovani, l’etica ed il rispetto nel calcio, la cultura e la magìa di questo sport, e devo dire che il ragazzo ha dimostrato grande maturità nelle risposte che mi ha dato.

Dal punto di vista tecnico, invece, ciò che infiamma maggiormente la mia personale visione è il suo modo di interpretare il compito, perché ha una meccanica diretta, cocciuta, coraggiosa, e lo si nota anche solo dal suo sguardo violento, quasi misantropico.

Peraltro, il repertorio è talmente vasto che mi trovo seriamente in difficoltà a volerlo vivisezionare con la completezza che meriterebbe, e quindi fatevi bastare questa breve esemplificazione, pregandoVi di lasciarVi ardere dal dolce e prepotente rumore della rete.

Si gioca la finale del Viareggio Cup, tra Genoa e Bologna, e la partita, dopo 54 minuti di studio, si incendia grazie ad una esibizione artistica di Flavio: il 9 genoano, fronte-porta, riceve palla rasoterra sulla linea dell’area, la controlla timidamente ed in una frazione millesimale la blocca con violenza, per poi piroettare controsterzando su sé stesso con una “ruletina” lisergica, culminata con un laser shot imparabile nell’angolino.

Questa jam session, oltre ad aver disconnesso i difendenti bolognesi, ha convertito il gioco del calcio da sport in arte, ed è quella che – a mio parere – identifica maggiormente Flavio, perché vi è condensata, in un solo flash, tutta la efficacia eversiva che deve possedere un attaccante.

L’azione è talmente violenta che ha creato una babilonia simile ad uno squarcio di poesia capace di farsi strada bruscamente in un palazzo di mattoni, come una frase deliziosa su un murales annerito dallo smog.

Quest’anno, comunque, Flavio ha iniziato benissimo: nel suo personale database vi sono il recente gol (decisivo) di rapina alla sua ex squadra, il Torino, e la pirotecnica tripletta di sabato scorso, all’Inter, che lo stanno portando a vette mai viste prima, e sulle quali peraltro non dubitavo affatto.

Chiaramente, come ci racconterà lo stesso talento genoano, sa essere altro, quindi non solo un attaccante che segna, perché è il leader della brigata genoana, soffre per i compagni, aiuta la fase difensiva, offre riferimenti e soluzioni di gioco tra le linee, attacca la profondità, ed esegue i movimenti codificati.

Una sorta di contaminazione che però si disbriga verso una ibridazione estrema della professione, secondo cui – sia permesso lo svolazzo filosofico – la vera creatività si fonda anche sulle regole.
Insomma, non è proprio un caso se il Genoa crede tantissimo in questa pepita dagli occhi impetuosi. Buona lettura.

Intervista a Flavio Bianchi

Flavio, descrivici brevemente la tua storia: dove hai iniziato a giocare da bambino, chi ti ha trasmesso la passione per il calcio, ed il percorso che hai fatto prima di approdare al Genoa.

Ho iniziato a giocare presto, a 5 anni, nella società Golfo Pianese, cioè nella squadra dove abito [Diano Marina], e sono rimasto fino a 9 anni. Facevamo tanti tornei, contro società professionistiche, come Juventus, Genoa, Inter, Sampdoria, e già in quelle circostanze avevo richieste per andare in questi club, anche prima dei 9 anni, ma i miei genitori pensavano fosse ancora presto.
Poi però ho fatto un torneo dove c’era anche il Genoa, ed al termine mi chiamarono per fare un provino, e mi presero subito, per cui da lì è iniziata la mia avventura.
Devo ovviamente ringraziare il Genoa, che mi ha accolto molto bene, facendomi crescere.

C’è qualcuno in particolare che ti ha trasmesso la passione per il calcio?

Guarda, mio padre non ha mai giocato a calcio, mentre invece mio zio e mio cugino si, anche a buoni livelli; mio cugino ad esempio era alla Sampdoria, e da piccolo alla Juve.
Quindi si, ti posso dire che è stata una passione trasmessa a livello famigliare.

Ricordi chi ti ha scoperto e dell’eventuale provino effettuato?

Ricordi precisi no, però ho memoria nitida dell’ambiente, del primo allenamento, con le sensazioni che ho provato, la tensione ed anche l’emozione.
Sono ricordi che restano dentro.
Comunque, come ti ho anticipato prima, subito dopo il primo provino il Genoa mi prese, e fu una grande felicità per me.

C’è una partita (o più partite) che ti sono rimaste impresse nelle giovanili?

Guarda, a dirti la verità ci sono state tante partite indimenticabili, anche perché nel Genoa facevamo tanti tornei anche internazionali, per cui ho giocato contro il Liverpool, il Real Madrid, ed altri club importanti.

Fai la trafila al Genoa, poi due anni fa passi al Torino, dove segni 9 reti, di cui ben 5 nella cavalcata verso la conquista della Coppa Italia. Ci racconti l’esperienza con i granata?

Quella stagione ho iniziato a fare il ritiro con il Genoa, poi ho saputo della richiesta del Torino e volevo provare un’esperienza diversa, con nuovi obiettivi e così andai lì, dove trovai un bell’ambiente.
Peraltro l’accoglienza fu ottima, anche se poi non ho trovato tanto spazio, anche perché nel mio ruolo c’erano ragazzi più grandi di me.
Però in generale devo dire che è stata un’ottima esperienza, specie a livello personale, non solo collettivo. Abbiamo vinto la Coppa Italia, ed io segnai molte reti, appunto 5, anche perché in questa competizione ho avuto molto spazio.
Mi sono trovato molto bene, e la ritengo una esperienza positiva, fantastica, che mi porto dentro come bagaglio per il futuro.

Rientri quindi al Genoa, dove l’anno scorso hai realizzato ben 11 reti in campionato, 3 alla Viareggio Cup, 1 rete ai play out, ed 1 rete in Coppa Italia.
Quest’anno ti stai confermando a livelli importanti: già 6 reti in 5 presenze, tra cui una tripletta violenta contro l’Inter, ed un altro gol decisivo contro la tua ex squadra, il Torino, di rapina.

Si, devo dire che quest’anno ho iniziato alla grande.

Ecco, come facciamo con i tuoi colleghi, ci puoi descrivere, in parole tue, le caratteristiche principali del tuo modo di giocare? E soprattutto, dove, secondo te, devi migliorare.

Diciamo che non sono un attaccante molto fisico, a livello di altezza, anche se ho comunque una ottima elevazione. Penso che il tempismo faccia sempre la differenza, anche se non sei altissimo.
Direi che sono più un giocatore brevilineo, a cui piace giocare tra le linee ed attaccare la profondità. Penso di essere poi molto veloce, specie nei primi metri, e di essere forte a livello aerobico.
Quanto ai difetti, direi di si, ovviamente, ma è importante migliorarsi sempre, ed è questa la mia filosofia. Penso che il mio più grande limite è l’uso del piede debole. Poi credo di dover migliorare anche a livello mentale.

Riguardo all’aspetto mentale, ne ho discusso con tanti tuoi colleghi di Primavera, sulla nostra Rivista. Vorrei sapere se questa attitudine viene in qualche modo allenata. Ci sono figure professionali all’interno del club, oppure si privilegia l’aspetto tattico e tecnico?

Si, le ho lette e mi sono piaciute moltissimo. Complimenti.
Guarda, noi al Genoa abbiamo una psicologa. A dirti la verità ho avuto dei colloqui interessanti in passato, ma ormai è da un po’ che non ci parlo più.
Comunque io penso che l’aspetto mentale sia una caratteristica che dipende da ogni singolo giocatore, e dalla propria crescita.
Resta una peculiarità molto importante, questo si, ed in ogni ruolo.

Posso dire allora che l’aspetto mentale (che secondo me invece è già impostato) si riflette poi sulla certificazione della tua leadership, in campo e fuori, visto che sei il capitano della squadra. Che effetto fa indossare la fascia, e giocare per una società così importante?

Io penso che per indossare la fascia, come hai detto tu, si debba essere leader dentro e fuori dal campo, anche nello spogliatoio.
Ovviamente la leadership è una dote naturale. A me piace aiutare i compagni nei momenti di difficoltà, dare sempre il massimo per la maglia, e portare rispetto verso tutti, dai compagni stessi, allo staff tecnico, medico, amministrativo, insomma a tutti.
Tornando alla fascia, è una scelta fatta da tutti, dal mister, dallo staff, e dai compagni per cui è una cosa condivisa.

Il tuo ruolo naturale è prima punta. Sai muoverti bene, ti abbassi tra le linee per offrire linee di passaggio, sai associarti con il collettivo, sai dare profondità, hai fisicità, capacità condizionali elevate, e segni parecchi gol, in ogni modo.
Cosa ti chiede tatticamente mister Chiappino? Hai dei movimenti codificati, magari provati durante gli allenamenti, o ti lascia decidere in autonomia cosa fare durante le situazioni di gioco?

Noi prepariamo ogni partita con allenamenti specifici, settimana dopo settimana, per cui i movimenti, o comunque alcuni di essi, sono codificati, anche in rapporto agli avversari ed alle loro caratteristiche.
Poi è normale che all’interno delle varie situazioni di gioco ci possono essere cambiamenti, che noi spesso facciamo, io per primo. Diciamo che in genere ho comunque abbastanza libertà di scegliere cosa fare.

Cambiamenti comunque discrezionali, a seconda dello sviluppo. Io penso che per un attaccante sia molto importante sapersi muovere ed avere quelle conoscenze che permettono di giocare anche negli half-spaces, ad esempio, anche per fornire soluzioni e linee di passaggio.

Si esatto.
Per quanto riguarda il mio modo di giocare ti do ragione, nel senso che spesso mi abbasso a giocare tra le linee, oppure do una mano ai centrocampisti, dando soluzioni ed offrendo riferimenti, specie quando siamo in difficoltà ad uscire dal pressing avversario.
A me piace anche portare palla, tanto è vero che quando mi abbasso spesso conduco la sfera per poi dialogare con i compagni meglio posizionati in avanti, per fare salire la squadra.

Quindi posso dire che sono meccaniche situazionali naturali per te?

Si, mi vengono naturali, assolutamente. Tanto più che spesso parto proprio da mezzapunta, e non da attaccante centrale, proprio per avere possibilità di toccare più spesso palla, aiutare i compagni, dialogare, per poi buttarmi dentro a rimorchio.
Ti dico che, comunque, alle volte è una precisa richiesta del Mister, che io assecondo con grande impegno, anche perché mi piace.

Cosa rappresenta per te il goal?

Per un attaccante segnare è tutto, e sono i numeri quelli che contano, inutile nasconderlo o negarlo.
Però secondo me è altrettanto importante avere in mente che all’interno di un gruppo ciò che conta, alla fine, è la vittoria, e in questo campionato poi a maggior ragione, perché ogni partita è tiratissima, e si lotta su ogni pallone, fino all’ultimo. Ecco perché è parimenti importante vincere, per portare a casa i tre punti, ogni settimana, ed io lotto per questo.

Quindi non è un chiodo fisso?

(ride) Penso che il goal sia la naturale conseguenza del lavoro che fai in settimana ed in partita. Se sei concentrato e lavori bene, arriva.

Addentrandoci più nello specifico, ed al di là della tua forza complessiva, sai bene (e me lo hai appena confermato) che – a torto o a ragione – un attaccante si giudica dai gol, e tu hai un repertorio molto vasto.
Mi puoi raccontare il più bel gol che hai realizzato? Non solo per il gesto tecnico in sé, ma per l’ambiente, la partita, la tensione.

Suppongo ti stia riferendo al gol nella finale del Viareggio Cup?

Si, beccato! Però quel goal è stato un flash artistico per chi ha l’estetica allucinata come me, e tra l’altro ti confesso che l’ho descritto nell’articolo che ancora però non posso farti leggere! Devo dirti comunque – al di là di tutto – che a me piacciono anche i gol c.d. “brutti”, quindi diciamo che il senso della domanda è capire cosa pensi dell’arte e dell’estetica del goal, perché a mio parere restano concetti soggettivi.

Si chiaro, sono d’accordo. Allora, diciamo che di goal ne ho fatti parecchi, alcuni anche favolosi, in rovesciata, però mi tocca darti ragione [ride] sull’estetica di quel gol che feci al Bologna, in quella finale purtroppo poi persa.
Tecnicamente fu un goal molto bello, anche a livello di importanza, perché sentito, voluto.
Sono proprio curioso di leggere la tua descrizione [ride]

Il calcio offensivo, ormai, si evolve mediante il contrasto tra due macro-contesti, ossia lo sviluppo posizionale (possesso palla) e quello transizionale (riaggressione palla e ribaltamento selvaggio). In queste due grandi categorizzazioni, un attaccante, per poter essere considerato evoluto, moderno, diciamo anche “europeo”, deve sapersi adattare ad entrambi i modelli.
Per semplificare, i mostri sacri Messi, C.Ronaldo, Aguero, ed anche i più recenti Griezmann, Mbappè, Salah, Sterling, Manè, e da ultimo Haland (per citarne alcuni), sono attaccanti diretti, però funzionali ad entrambe le proposte.
Tu credi di poter stazionare in entrambi i modelli, tenendo conto delle tue caratteristiche? Oppure credi di essere più adatto ad uno piuttosto che all’altro contesto? E se si, a quale?

Credo di essere adatto ad entrambi i contesti.
Penso anche che nel calcio di oggi gli attaccanti devono essere i primi difensori, e quindi devono andare immediatamente a pressare il portatore palla avversario. Anche in questo senso ritengo che sia un ruolo che sta cambiando molto, e quindi si, sono d’accordo.
Per parte mia, questo tipo di metodologia l’ho sempre fatta, fin da piccolo, perché per me l’attaccate deve essere completo ed aiutare la squadra, anche quando non si ha il possesso. Quindi io sono propenso ed adatto anche a fare le due fasi, ed appunto a giocare adeguandomi ai vari contesti.

Sei proiettato verso il calcio che conta. Si legge spesso il tuo nome accostato a grandi squadre, anche estere. Proprio sulla questione estera, tanti ragazzi, purtroppo, sono costretti ad emigrare per giocare, e questo, a mio avviso è una sconfitta per il nostro calcio, come ad esempio Arlotti, Cudrig, Pellegri ed altri.
Ti chiedo, quindi:
– a livello personale, queste voci ti infastidiscono, nel senso che ti danno pressione, oppure sono un pretesto per fare meglio?
– a livello generale, cosa pensi della situazione?

Per quanto riguarda me, le voci di mercato fanno indubbiamente piacere, nel senso che ricevere proposte e richieste significa che stai facendo bene e ti spingono a fare sempre meglio. Quindi direi che non mi mettono pressione, ed anzi mi stimolano.
Quanto all’estero, intanto ti dico che a me piacerebbe molto, un giorno, giocare in Inghilterra, in Premier League.
Poi certamente, sul discorso dei ragazzi che vanno a giocare fuori certamente c’è un problema dietro e bello grosso.
Si crede poco in noi giovani, in Italia, ed è un peccato.

Esatto. Sono davvero pochi i ragazzi che possono dare un contributo in prima squadra, e spesso capita per situazioni contingenti, come ad esempio Sebastiano Esposito, che è stato aggregato alla prima squadra dell’Inter grazie all’infortunio di Sanchez.
Rovesciando un po’ il discorso, ti vorrei chiedere invece cosa pensi di una ipotetica esperienza in categorie inferiori, magari a breve, in Lega Pro od in serie B, e quindi in campionati sporchi, cattivi, come peraltro stanno facendo tanti tuoi colleghi, vedi Bellodi, Bettella, Salvatore Esposito, ed altri. Sono esperienze che se prese con la giusta motivazione ti arricchiscono secondo me, tanto è vero che questi ragazzi si sono messi in mostra, giocando moltissimo. Li ho intervistati per la Rivista, sia Bellodi che Esposito, e mi hanno parlato di esperienze gratificanti, che oltretutto hanno consentito loro di non perdere la nazionale giovanile.

Penso che l’esperienza in categorie inferiori è un passo che ogni ragazzo deve fare, per maturare soprattutto, ed acquisire esperienza e mentalità.
Poi bisogna anche dire che sono rari i casi di giocatori che escono dalla Primavera e vanno direttamente in prima squadra. Hai citato Esposito, ma ci sono anche Zaniolo e Kean, ma sono appunto casi isolati, e questo è un problema serio come ho detto prima.
Quindi, ti dico che è una esperienza che farei, anche perché secondo me è importante acquisire continuità, di modo da avere un rendimento complessivo adeguato alle tue aspirazioni. Poi, come dicevamo prima, devi anche sviluppare la forza mentale per andare avanti.
Non lo vedrei, insomma, come una sorta di passo indietro. Anzi, tutt’altro.

Sono d’accordo.
In Italia, si parla – a sproposito – della pochezza tecnica delle nuove generazioni, anche se a mio parere il trend un po’ si è capovolto. Ci sono stati buonissimi risultati anche a livello di nazionale. In Primavera, ma anche in serie A e B, ci sono ragazzi interessanti e forti, penso a te, ad Esposito, Candela, Russo, Corbo, Gaetano, Riccardi, Piccoli, Caviglia, Tongya, Gasparini, Ricci, Mazza, Millico, Udogie, e tanti altri.
Si è alzato il livello secondo te?

Conosco tanti ragazzi che mi hai citato, e sono tutti molto forti. Il livello è molto alto indubbiamente, e ti ringrazio di avermi messo in questo elenco!
Devo dire però, e scusami se ritorno al discorso di prima, che in Italia è molto difficile emergere, perché i giovani hanno poco spazio e non riescono a dimostrare le proprie capacità, giocando pochi minuti o addirittura niente.
Ad ogni modo, condivido quello che dici, e cioè che rispetto a qualche anno fa il livello si sta alzando moltissimo, e lo si vede anche dalla nazionale maggiore, che sta facendo ottimi risultati, anche mettendo dentro giovani.

Puntare sui giovani italiani è un refrain che sto (e stiamo) portando avanti da molto, e quindi bisognerà che il sistema calcio faccia qualcosa.

Eh… direi di si.
Tra l’altro l’idea delle seconde squadre è anche ottima, ma poi alla fine solo la Juventus è riuscita a portare a compimento questa proposta, anche se va detta un’altra cosa, e cioè anche se si riesce a portare l’idea a tutte le squadre, c’è sempre il rischio che i ragazzi che stazionano in Lega Pro non emergano più, restano lì.

Certo, quello è un rischio, ed è per questo che ti ho chiesto qual era la tua idea sulle categorie inferiori.

No ma certo, assolutamente. Resta il forte rischio di perdersi, ma in quel senso devi avere la forza mentale per emergere, e non adattarsi alla categoria, altrimenti ti impantani e ci rimani.

Ok, adesso arrivano le domande un po’ complicate ma secondo me stimolanti, per voi.

[ride] perché quelle che mi hai fatto sino ad ora non erano complicate? Scherzo..

Qualcuna forse si, ma te la sei cavata molto bene.
Recentemente abbiamo pubblicato delle interessanti interviste sui problemi del calcio giovanile, con Dino Baggio, Antonio Cabrini, David Di Michele, e sono venute fuori argomentazioni molto stimolanti, soprattutto su come i ragazzi stiano perdendo un po’ di vista la vera essenza del calcio, che è passione, divertimento, e cultura del sacrificio.
Ad esempio, Di Michele mi ha detto testualmente che “I ragazzi, come sottolineate spesso, stanno perdendo i valori dello sport, e le colpe sono da attribuirsi un po’ a tutti i livelli: dagli stessi ragazzi, sino ad arrivare ai genitori, al sistema calcio in generale, e poi i social media”
Come vedi la situazione vivendola in prima persona?

Questo è un discorso particolare, perché in effetti le cose stanno cambiando tanto. Penso anche io che si sta perdendo la passione, perché non si vedono più i ragazzini giocare a calcio, magari in cortile o all’oratorio perchè preferiscono giocare al telefonino o alla playstation, o stare sui social molto tempo.
Però penso che se i ragazzi hanno la passione del calcio, devono continuamente praticarlo, perché la passione o ce l’hai o non ce l’hai, e ovviamente se ne hai molta non puoi fare a meno di giocare.
Serve tanto sacrificio, questo si, ma per quanto mi riguarda io amo questo sport e per me è naturale lavorare sodo, anche divertendomi.

Ecco le due parole magiche, sacrificio e divertimento.
Parliamo allora di magia e di passione, perché come detto si sta perdendo un po’ la vera essenza del calcio.
Il 24 maggio in Vaticano si è tenuto un evento dal titolo “Il calcio che amiamo”; tra i tanti passaggi più emozionanti del Pontefice, vi sono questi: “La felicità è dare un pallone a un bambino per giocare (…), dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni (…). Spesso si sente dire anche che il calcio non è più un gioco: purtroppo assistiamo, anche nel calcio giovanile, a fenomeni che macchiano la sua bellezza. Ad esempio, si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi-ultras. Il calcio è un gioco, e tale deve rimanere (…). Si rincorre un sogno, senza però diventare per forza un campione. È un diritto non diventare un campione”.
Ecco, riflettendo un attimo davanti a queste parole significative, credi che il calcio stia davvero perdendo la magìa che aveva nella nostra infanzia?

Credo di si. Anzi, mi correggo: ti dico un si convinto. Sono certo anche io che si sta perdendo la magia, e spesso è anche colpa dei genitori, che mettono pressioni ai figli.
Come ho detto prima, bisogna divertirsi a giocare, e pensare solo a quello.

I tuoi genitori ti hanno messo pressione?

No, assolutamente. Anzi.

Restando in tema di genitori, avrai letto della proposta di Giovanni Galli di obbligare i genitori a partecipare a riunioni rieducative e ascoltare i consigli di psicologi, dirigenti sportivi e pedagogisti, su come ci si comporta sugli spalti.
Lo stesso Di Michele, nella intervista pubblicata su questa Rivista, mi ha parlato di aspetti interessanti: “Sono convinto che sia molto più importante parlare con i ragazzi di etica e di rispetto, piuttosto che di calcio giocato, di tattica e di tecnica”.
Ecco, noi teniamo molto a questi ideali dell’etica e del rispetto, per cui ti chiediamo di dirci due parole al riguardo.

La proposta di Galli è certamente interessante, anche perché, come ho detto prima, i genitori non devono dare pressioni ai figli. Poi sai, vedere certe scene sugli spalti, oppure parolacce o mancanze di rispetto, non fa bene al movimento, e non sono un esempio per i bambini.
Trovo anche interessanti e condivido le parole di Mister Di Michele. Anche secondo me bisogna puntare di più all’insegnamento dell’etica e del rispetto, perché sono temi troppo trascurati e fate bene voi a parlarne, anche se non avete la cassa di risonanza che meritate.
Spesso in Italia si chiacchera troppo, ed a sproposito, di errori arbitrali, quando invece questi temi della cultura, dell’etica e del rispetto sono sicuramente più importanti.
Effettivamente ci sono tanti episodi, anche durante le partite stesse, dove gli arbitri magari sbagliano una decisione e vengono fuori dei casini, quando invece essi hanno bisogno di essere aiutati, anche da noi calciatori.
A me per esempio è sempre piaciuto vedere certe partite dei piccoli arbitrate dai bambini stessi, così anche loro capiscono cosa significa fare l’arbitro. E’ solo un esempio, ovviamente, però il tema è molto interessante ed è un peccato che sia sottovalutato in Italia.

Secondo te, anche a livello giovanile, c’è un problema che riguarda le “simulazioni”?

Guarda, parlo per me, ovviamente: nella mia vita di calciatore non ho mai simulato, né ho mai avuto allenatori che mi hanno chiesto di simulare, però ormai sono anni che gioco e ti dico che purtroppo sono cose che capitano, nel senso che alle volte capita che un fallo viene ingigantito un po’, però credo non per mancanza di rispetto o ottenere un fallo altrimenti inesistente.

Sei nel giro della nazionale giovanile da anni: parlaci delle tue emozioni a vestire la casacca azzurra. E se puoi dirci che ambiente hai trovato e trovi tutt’ora (metodologie di lavoro, ecc.)?

Quando indossi la maglia della nazionale è sempre speciale, è una emozione incredibile, ma soprattutto quando senti l’inno e canti, ti avvolgi nei brividi.
Poi sai, l’ambente è particolare, perché è tutto organizzato nei minimi particolari, proprio ai massimi livelli, con persone competenti.
A livello giovanile è senza alcun dubbio la massima aspirazione per noi ragazzi giovani.

C’è competizione?

Beh si, però comunque è una competizione giusta, sana e questo comunque ti agevola perché ti impone di dare sempre il massimo.

Hai un modello di riferimento nel tuo ruolo? Cosa ti piace e cosa gli ruberesti, a livello tecnico o tattico?

Il Kun Aguero è uno dei miei attaccanti preferiti e lo guardo molto, anche per rubare le cose più belle, perché è un attaccante stratosferico.
Certo, siamo diversi, ma il mio riferimento è lui.

Il n. 9 che indossi?

E’ il mio numero preferito, e sin da quando sono bambino. L’ho sempre avuto, per me è importante e mi identifica. Lo sento mio, anzi lo sento proprio addosso, ed ovviamente lo chiederò in ogni squadra dove eventualmente andrò.

C’è una partita (o più partite) che ricordi nelle giovanili, ed in nazionale? Ci puoi descrivere le motivazioni?

La prima partita in nazionale è stata speciale, e mi tremavano le gambe.

C’è un calciatore con cui vorresti giocare un giorno? Ed un allenatore? Se si, puoi descriverci le motivazioni?

A me piacerebbe giocare con tutti, basta essere in serie A!
Però è chiaro che mi piacerebbe tanto giocare con i vincenti, perché ti insagnano a vincere, e lo dico anche per quanto riguarda l’allenatore, e difatti potrei citare ad esempio Mourinho, perché a livello di palmarès è uno dei più vincenti al mondo.

Hai un obiettivo specifico, a livello calcistico, nel breve periodo?

Il mio sogno è di esordire in serie A, al Ferraris, con la maglia n. 9 del Genoa

Segui il calcio estero? Quale?

Non tantissimo, però guardo gli highlights, oppure le partite più belle. Tutte in generale.

Ci parli del Flavio “ragazzo”? Passioni, hobbies, studio, amicizie.

Studio in una scuola professionale, ma allenandomi anche con la prima squadra è un problema seguire con costanza, anche se lo studio è importante, questo lo so bene.
Non ho particolari hobby, nel senso che sono abbastanza tranquillo, esco con gli amici, vado a cena, usciamo, ecc.

Ultima domanda: il ruolo della tua famiglia rispetto alla tua carriera.

Sono molto grato ai miei genitori, perché quando ero piccolo, non abitando a Genova, mi venivano a prendere a scuola e mi portavano agli allenamenti, mangiavo un panino veloce in macchina, poi mi aspettavano e mi riportavano a casa.
Sono bei ricordi e li ringrazierò per sempre, perché comunque hanno fatto tanti sacrifici.

Grazie Flavio, e complimenti. E’ stata una chiacchierata molto stimolante.
La cosa è reciproca. Ti ringrazio dello spazio ed anche io vi faccio i complimenti.

Anche questa bella chiacchierata si conclude e devo dire che sono stato molto stimolato dalla maturità di Flavio, che – oltre ad essere un talento importante – è anche un ragazzo serio, simpatico, e davvero molto disponibile.

Ringraziamenti

Come spesso dico in questo spazio che mi è concesso, non c’è solo il talento da sviluppare, ma anche gli Uomini. La loro serietà. E soprattutto la professionalità di chi poi rappresenterà il nostro calcio.
Ringrazio quindi Flavio ed il suo procuratore, Claudio Vigorelli.
Un sentito ringraziamento va anche all’Area Comunicazione della società Genoa C.F.C. S.p.A., per la consueta cortese autorizzazione e fiducia.

Flavio Bianchi
Flavio Bianchi

 

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