Intervista esclusiva di WFS a Luca Piazzi, Responsabile del Settore Giovanile del Parma

Intervista esclusiva di WFS a Luca Piazzi, Responsabile del Settore Giovanile del Parma

A cura di Christian Maraniello

In questo periodo emergenziale, siamo riusciti ad analizzare alcune partite del settore giovanile del Parma Calcio, ed in particolare i classe 2003, 2004 e 2005, che peraltro ci hanno consentito di pubblicare alcune relazioni tecniche (Marconi, Ribaudo e Traorè, in programmazione a breve).

Da qui, poi, è nata l’idea di confrontarmi più in dettaglio con la società emiliana, che mi ha aperto idealmente le porte del loro vivaio, dapprima autorizzandomi ad intervistare Salvatore Ribaudo (talento del 2004), da cui è uscita una chiacchierata tecnica molto interessante (leggi qui), e poi – sulla scorta di essa – a conoscere il Responsabile del settore giovanile, Luca Piazzi.

La conversazione che segue spiega, dunque, in dettaglio il suo growth mindset, soprattutto dal punto di vista tecnico, che è poi quello a cui aspiravo io, trattando poi brevemente anche altri aspetti collegati.

E’ mia profonda convinzione che il modello formativo spiega tutto di una società, e Luca (che mi scuserà per la licenza confidenziale), mi ha introdotto nel suo mondo con pedante acribia, mostrandomi il progetto Parma con garbo, ma soprattutto con quella passione che, in questi anni, lo hanno portato ad essere un punto di riferimento del calcio giovanile italiano.

Ma vi dico una cosa, che peraltro non è del tutto una mia considerazione retorica, perché ne ho avuto conferma dalle parole di Ribaudo, e dalla stessa anamnesi di Luca: la metodologia formativa del Parma è talmente impattante e riconoscibile che i ragazzi si identificano simbioticamente in essa, sposando il progetto tout court. Questo significa che molti giocatori scelgono Parma spontaneamente, alimentando una buffer zone calcistica di alta avanguardia.

Conosciamola, allora.

Buona lettura.

Intervista a Luca Piazzi

Caro Luca, intanto grazie della cortese disponibilità. Partirei da una domanda generale, a cui hai risposto molte volte, ma che mi serve per entrare subito nel nucleo della chiacchierata: parlaci brevemente del Vostro modello formativo, e dei Vostri macro-obiettivi, che poi vedremo in dettaglio nel prosieguo.

Il nostro programma formativo è la sommatoria delle conoscenze che abbiamo sviluppato nel tempo, già a partire dalle mie pregresse esperienze, ovviamente unitamente ai collaboratori. Ecco diciamo che, personalmente, ho iniziato a studiare una metodologia già dai tempi della società Mezzocorona (nella quale ho iniziato come allenatore) e successivamente nel Sudtirol, affinandola mano a mano. Chiaramente con il tempo abbiamo modificato e introdotto molte novità, cercando di comparare il modello italiano con quello di altri Paesi (Spagna, Olanda soprattutto)

Non hai fatto questi viaggi con l’idea di scimmiottare altre società, concedimi il termine brusco.

No, assolutamente, anche se sappiamo bene che la “vision” di alcune società estere è molto elevata a riguardo la formazione, condividendo idee comuni all’interno dei vari vivai. La nostra idea è stata quella di voler creare un modello Parma, che ha di fatto dei principi cardini.

 Possiamo dire un modello riconosciuto e riconoscibile.

Si, esatto, prendendo, come Ti dicevo, spunti anche dalle esperienze pregresse ed estere. Diciamo che a livello tecnico, che mi pare essere quello di Tuo interesse, i nostri macro-obiettivi sono questi: formare i giocatori che abbiano una elevata comprensione del gioco, con l’attitudine al recupero palla immediato ed un elevato senso di responsabilità. Questi obiettivi cerchiamo di conseguirli attraverso un approccio metodologico condiviso dall’intera area tecnica.

Ti fermo subito, perché l’idea di “metodologia condivisa” mi interessa, ed in tal senso credo che tu stia parlando del c.d. metodo integrato, o sistemico: cioè sia dal punto di vista dei calciatori (ossia che tutte le parti di un atleta debbano essere allenate insieme, e non scisse: la parte tecnico-tattica, atletica, emotiva, mentale) e sia dal punto di vista dello staff e delle aree tecniche, secondo cui tutti i professionisti delle varie aree debbano associarsi ed integrarsi.

Si, è uno dei nostri principi fondanti. Inizialmente  focalizziamo la nostra formazione sugli staff tecnici. Parallelamente interveniamo, anche sulle singole aree, mettendole in connessione tra di esse, attraverso gli stage formativi ed momenti di coordinamento che proponiamo con regolarità. Noi crediamo fortemente  nell’interazione tra i tecnici, penso che agendo in questo modo sia poi più semplice trasmettere questo anche ai giocatori. Cerchiamo di vedere l’atleta nella sua funzionalità globale, all’interno del gioco, allenando gli aspetti condizionali sempre in tale situazione o in partita, ricreando in allenamento quanto più possibile degli scenari legati ad essa. La nostra organizzazione comprende 14 aree. Abbiamo ad esempio delle aree “classiche” tipo l’area comunicazione, l’area fisica o l’area medica. Altre aree più innovative tipo l’area “development individual program”che si occupa dello sviluppo tecnico-tattico individuale sui ragazzi (esercitazioni per gli attaccanti, per i difensori, e sulle palle inattive).

Il d.i.p., scusami se ti interrompo, serve per migliorare lo sviluppo individuale del singolo giocatore all’interno di situazioni di gioco specifiche. Me lo ha confermato anche Ribaudo, che spesso viene chiamato a fare allenamenti anche con i difensori, esercitandosi sui movimenti difensivi, e su situazioni di gioco complesse. 

Al momento, abbiamo tre allenatori: uno per la difesa, uno per l’attacco ed uno per le palle inattive. Ovviamente sono itineranti, visto che lavorano su quattro categorie diverse (dall’U13 all’U17), e chiaramente abbiamo un programma differenziato per ogni annata. E’ importante che tutte le aree si interfaccino tra loro, ad esempio – e vado avanti –  l’area “analisi” lavora in sinergia con tutte le aree considerate tecniche (quindi il d.i.p., l’area sport science, quella fisica, ecc.). L’area “sport science”, e’ l’area di ricerca e lavora soprattutto con le università della nostra città..

Questa area è interessante. Ricercate informazioni attraverso metodi scientifici, e studi in collaborazione con le università.

Si, l’idea di fondo è questa. Il calcio, come tutto, si sta evolvendo, e trovo giusto ricercare nuovi approcci.

Ci sono poi altre aree.

Si, abbiamo l’area “accademy” che si occupa delle società affiliate, quella “psico-pedagogica”, che funge da supporto per tutte le aree, e soprattutto per i ragazzi, anche a livello motivazionale, che poi va ad incidere sull’aspetto mentale. Curiamo questi aspetti, anche – come ti dicevo prima – in relazione alla loro identificazione nel progetto. L’area formazione segue la formazione dei nostri tecnici e quella dei formatori di società affiliate, attraverso corsi dove vengono spiegate le nostre metodologia. L’area “scuola e ambiente”, che appunto riguarda la gestione dei ragazzi nella vita sociale, tenendo conto che molti di essi arrivano da fuori Regione, e quindi hanno bisogno di supporto organizzativo, ambientale, anche mentale per il cambio repentino. L’area organizzativa e quella femminile, che stiamo sviluppando da tre anni.

L’area scouting invece come è strutturata?

L’abbiamo suddivisa in tre settori: quello territoriale, che segue ovviamente il nostro territorio, poi c’è quello nazionale, dove abbiamo circa 60 osservatori dislocati in tutte le Regioni, ed infine lo scouting internazionale.

Parliamo più avanti, in dettaglio, dell’area scouting. Entriamo adesso nei dettagli tecnici, che sono quelli a cui sono maggiormente interessato, facendo scouting. A me piace il discorso della valorizzazione dei ragazzi (che abbraccia diverse metodiche, come vedremo), ma su quali focus Vi concentrare maggiormente dal punto di vista dello sviluppo-gioco? Hai parlato prima genericamente di comprensione, riaggressione e possesso. Ti chiedo di entrare più in dettaglio.

Guarda noi puntiamo tantissimo sul passaggio da una fase all’altra del gioco, e quindi alle c.d transizioni: lavoriamo molto sulla riadattabilità immediata tra fase difensiva e fase offensiva. Vogliamo cioè che i ragazzi riconoscano immediatamente le due fasi.

Sono le moderne concezioni. Ma questo focus lo concentrate in ogni categoria?

Si, per noi è una prerogativa importante. Sulle categorie ti dico che  chiaramente modelliamo il tutto sull’età. E’ evidente che con i bambini devi avere un approccio ludico, coinvolgerli facendogli fare esercitazioni specifiche, sempre con la palla, che dìano anche input di quel tipo: quindi renderli autonomi, dando spazio alle loro scelte, alla loro creatività, cercando la collaborazione, ma senza molte direttive. Una volta giunti nell’attività agonistica, vengono introdotti nuovi concetti, introducendo sistemi e scenari nuovi, ricercando però quei focus di cui abbiamo parlato.

Non so se hai letto la nostra chiacchierata strutturata con un Vs. talento del 2004, Ribaudo. Ecco, al di là delle sue qualità, mi ha colpito la sua identificazione con la società: conosce il progetto formativo nella sua globalità, e me ne ha parlato, seppur sinteticamente. Intanto vorrei chiederti se coinvolgete i ragazzi su questi temi.

Si l’ho letta e mi è piaciuta molto. Anzi, devo farVi i complimenti, ed a te in particolare che fai queste chiacchierate mai banali, molto tecniche. Ne ho letta qualcuna e mi piace il tuo modo di interagire con i ragazzi. Queste interviste sono diverse dalle altre, perché vai ad analizzare tutto ciò che comprende il calciatore nella sua globalità tecnica, tattica e caratteriale, senza mai essere scontato. Tra l’altro, mi permetto di farVi i complimenti anche per le relazioni che pubblicate  sui profili internazionali, sono fatte benissimo e complete. Trovate dei giocatori interessanti.

 

Grazie, siamo contenti che apprezziate. La mia metodologia è semplice anche perché sono uno scout e interagisco secondo il mio modello di scouting: i ragazzi, cioè, li seleziono sia per le attitudini calcistiche, ma anche per il carattere in senso stretto. Inoltre voglio capire se comprendono quello che fanno in campo, e se sono in grado di interpretarlo. Capire il calcio nelle sue moltitudini sistemiche, senza contare che poi voglio anche intuire se il calciatore è dentro nel percorso societario. Ecco perché mi interfaccio così, e sono contento che l’hai recepito.

Si ma infatti, sono interessantissime per questo. I ragazzi spesso sanno giocare molto bene,  ma non sempre hanno ben chiaro il percorso formativo che stanno facendo. Guarda, l’intervista di Ribaudo è veramente bella perché, da Responsabile del settore giovanile, mi ha fatto capire che i ragazzi, nello specifico Salvatore, ha ben in evidenza il nostro progetto, e si capisce dalle risposte che ha dato. Sa dove deve migliorare, sa quali sono le nostre metodiche anche tattiche, sa che noi diamo risalto a determinate situazioni, non solo da campo diciamo, anche etiche. E’ poi tutto collegato a quanto dicevamo prima sulla correlazione con i vari staff, e sulla capacità, dei ragazzi, di diventare autonomi, non solo come calciatori ma anche come uomini. Sono davvero contento. E’ una soddisfazione grandissima, e ti dico che per noi questa è una vittoria.

E lo capisco. Ecco perché ti faccio (anche a nome della rivista, e di Massimiliano Palma) i complimenti per la Tua (e Vostra) progettualità formativa. Questi sono i frutti migliori delle idee, a mio parere; quindi non tanto la vittoria sul campo, od i trofei, ma l’identificazione simbiotica dei ragazzi con la Vostra idea. Un’altra cosa che mi incuriosisce sono i valori che volete insegnare ai ragazzi, e sui quali noi ci battiamo da parecchio: l’etica ed il rispetto. Fate riunioni con i ragazzi, genitori, coinvolgendo magari tutte le varie aree tecniche?

L’etica non può prescindere, almeno dal punto di vista generale, su quanto già detto a proposito delle varie aree integrate. Noi cerchiamo di coinvolgere anche i genitori sul nostro progetto, ma anche sul loro ruolo, e lo facciamo ogni anno, con riunioni apposite. Abbiamo necessità di avere una comunicazione positiva con loro, così come con i ragazzi. Ci siamo dotati di un codice etico e ne parliamo spesso con i giocatori. Vogliamo trasmettere i nostri valori e vogliamo che loro li condividano tramite la nostra didattica. E’ un po’ di discorso che facevi prima sulle conoscenze di un giocatore e sul tuo metodo di selezione, che io condivido totalmente. I ragazzi vanno formati globalmente, non solo tecnicamente o fisicamente, ma abbracciando ogni loro aspetto, e non sempre si fa.

Esatto. E’ la parte più importante della valorizzazione, credo. Come dire, è semplice selezionare un giocatore, ma è difficile conoscerlo realmente, nelle sue sottostrutture caratteriali. In questo senso, hai perso un talento per comportamenti non idonei?

Partiamo dal presupposto che è sempre complicato perdere i giocatori. Sono sempre in difficoltà quando devo lasciare un mio ragazzo. Detto questo, ti dico di sì, abbiamo mandato via dei giocatori per atteggiamenti errati. Ma aggiungo: i ragazzi che entrano a far parte del nostro settore giovanile hanno tutto il nostro supporto, e generalmente diamo fiducia anche se commettono errori gravi, a livello di comportamento. Attendiamo di norma un anno e vediamo se ci sono miglioramenti.

Uno dei problemi che si riflette un po’, se vuoi, su queste dinamiche sono l’uso dei social e delle tecnologie. Quanto tempo dedicate alla formazione educativa, fermo restando che non dovrebbe essere compito vostro.

Tantissimo. Guarda, hai ragione a dire che non dovrebbe essere compito nostro, ma del resto i social hanno invaso tutta la nostra vita, e quindi dobbiamo far capire loro come si usano, anche con il brand Parma. Una volta che i ragazzi entrano nella nostra società devono capire che sono all’interno di un ambiente professionistico, e quindi cambia tutto. Per cui cerchiamo di indirizzarli, ad esempio facendo capire che non si possono usare per criticare un giocatore, od un arbitro o delle scelte tecniche. Ed attenzione anche al discorso delle scommesse sportive. Noi su questo aspetto facciamo molta formazione, spiegando non solo l’aspetto etico, ma anche legale.

Entriamo adesso nei dettagli tecnici della Vostra metodica: il modulo per tutte le categorie è il 4-3-3. Poi so che avete alcune meccaniche particolari come la richiesta dei c.d. inverted wings, cioè degli esterni a piede invertito, ma di questo ne parliamo tra poco. Restando sui numeri, immagino non sia tanto l’uniformazione del modulo la Vs. modernità, quanto piuttosto l’interpretazione che ne date sul campo.

Si, esatto. L’interpretazione. Come ti dicevo in apertura, vogliamo che i ragazzi siano orientati alle due fasi, e quindi curiamo per la fase difensiva l’aspetto della pressione alta, della  riaggressione immediata e della transizione. In quella offensiva abbiamo idee su possesso palla e controllo del gioco. Certo, hai citato quella degli esterni a piede invertito, di cui poi parliamo, ma è chiaro che da questo punto di vista il modulo conta relativamente, perché se l’esterno viene dentro il campo si trasforma in trequartista.

Si, ormai non ci sono più ruoli precostituiti, ma funzioni, spazi, fluidità. Hai introdotto uno dei Vostri growth mindset, che peraltro trovo molto impattante, ossia appunto la richiesta dei c.d. inverted wings, cioè degli esterni a piede invertito. Presumo non vogliate solo l’ampiezza e la ricerca della superiorità, ma qualcosa d’altro, come la rifinitura. Mi spieghi come attuate questa metodica, e quali obiettivi volete raggiungere con questa idea? E ti chiedo anche se  questa idea la attuate anche per gli esterni bassi o intermedi.

Cerchiamo attaccanti esterni con quelle caratteristiche perchè riteniamo che il venire a giocare dentro il campo sia una prerogativa molto importante, e ovviamente resta un movimento di base. Trovandoti con la possibilità di usare il piede forte viene tutto più facile..Quanto alla ultima domanda, normalmente cerchiamo di tenere gli esterni bassi e gli intermedi con il piede forte. Restando in tema di esterni alti, diciamo che, quindi, oltre all’ampiezza e la superiorità numerica, di cui ha già detto tu (che sono metodiche generali), direi che l’idea è stringere il campo, cercare giocate che ti consentano di trovare gli spazi (e per favorire le sovrapposizioni), l’attacco porta con il piede forte.

Che sono poi le attitudini principali di molti vostri esterni, a cominciare da un grande talento del 2004 che gioca sottoleva con i 2003, Traorè. Ma lo stesso Ribaudo, con cui ho parlato di questa maieutica: quindi esemplificando, lo utilizzate sulla destra perchè  è molto bravo ad entrare dentro il campo, e decidere poi se rifinire, se cercare spazi per favorire gli inserimenti del terzo uomo, o finalizzare, appunto con il mancino.

Si abbiamo giocatori molto interessanti. E comunque è corretto il discorso. Sono molto importanti anche gli spazi come dicevamo. Quindi diciamo sono queste le idee che vogliamo attuare con gli esterni a piede invertito, poi è chiaro che se troviamo un esterno con determinate caratteristiche possiamo anche farlo giocare non a piede invertito. L’idea di fondo è quella, ma poi possiamo anche cambiare nel corso della partita, a seconda degli scenari, dei movimenti, e di molte situazioni. Insomma, dobbiamo anche saperci adattare. Sai, come il modulo: alla fine sono numeri, dipende tutto dalla costruzione, dallo sviluppo, dalla fase difensiva avversaria

A proposito di costruzione, mi sembra che la costruzione dal basso sia un’altra categorizzazione tecnica. Se è così, anche nello scouting influisce nella selezione dei difensori centrali ed esterni bassi? Cercate specifiche qualità?

Guarda noi puntiamo sulla personalità, perché pensiamo che dal punto di vista tecnico e tattico un giocatore a quell’età lo puoi formare. Quindi, non cerchiamo difensori abili nella costruzione. Poi, se sono bravi va benissimo, ma non abbiamo questa priorità. A livello di costruzione, quindi, non cerchiamo tecnica, ma personalità, attitudine e struttura fisica.

Insisto, facendoti una domanda specifica perché molti difensori importanti, nati e sviluppati con la marcatura a uomo, come Chiellini, sostengono che questa nuova metodologia fa sviluppare difensori bravi in rifinitura difensiva, ma scarsi nella marcatura secca. Poi chiaro, non parliamo del calcio moderno, secondo cui ormai si difende in avanti, e che un difensore deve essere più pensante e coinvolto, ma in generale la vedi cosi?

Condivido [ride].  Non c’è alcun dubbio, è anche questione di didattica. Non ci sono più difensori bravi nella marcatura. Devo però dire che anche società importanti in serie A, come l’Atalanta, stanno tornando un po’ a quella idea, seppur con varianti evolute, di marcatura 1 vs 1, ma in generale il discorso è molto corretto, e ti do ragione. Sotto questo aspetto stiamo lavorando molto con l’area individuale nella formazione dei difensori centrali.

Un altro sottosistema del modulo di riferimento, è il dominio del gioco (intendo il possesso, se vuoi posizionale). Non ti chiedo di parlarmi di questo specifico aspetto, ma del riflesso di esso, ossia della forza mentale. Io credo che questa anamnesi richieda sottostrutture teoriche, che si riflettono nel bagaglio mentale di ogni vostro giocatore. Voglio quindi chiederti due cose: La prima: il coraggio di effettuare certe giocate ritengo sia alla base di ogni anima metodologica. Ho ascoltato l’intervista di un Vs. formatore, Di Benedetto,  “Io ho tanti difetti, però difficilmente mi arrabbio coi miei calciatori quando provano una giocata nella quale c’è coraggio. Quando un giocatore ci mette coraggio nelle giocate non va mai rimproverato, perché la personalità di un ragazzo non va inibita ma stimolata. Per noi la priorità è la crescita di questi ragazzi (…). Il focus deve essere rivolto al loro miglioramento tecnico, tattico, fisico e soprattutto mentale”.

Si,  intanto ti ringrazio di aver colto queste direttrici, che anche per noi sono determinanti. Noi pensiamo che alla base di tutto ci siano sempre i miglioramenti, come ti dicevo, ma essi sono legati anche alla possibilità di eseguire scelte o giocate istintive, purchè funzionali al collettivo. I ragazzi sanno che noi incentiviamo la creatività, anche se chiaramente poi con il tempo devono trovare una propria “balance”.

Scusami, ti interrompo. Io credo che poi, quando un giocatore conosce queste idee e questa progettualità è ancora più attratto a venire a giocare a Parma, rispetto a società dove ci sono ancora binari, o dove la creatività ed il coraggio vengono castrate in nome di strutture tattiche codificate.

Ritengo che anche la maggior parte degli altri club di serie A abbia il nostro credo e che lavorino molto bene. Noi abbiamo il nostro programma formativo, crediamo molto nel nostro lavoro, e stiamo ottenendo dei risultati che a mio giudizio sono importanti e ci rendono orgogliosi. Ne parlo spesso anche ai formatori, nelle riunioni, quando ci confrontiamo sui miglioramenti singoli e collettivi. Dobbiamo sempre mettere in discussione il lavoro, per continuare a migliorare.

Torniamo all’aspetto mentale, che è la seconda domanda che volevo farTi. Quanto conta per Voi?

Al di là di quello che già ti ho detto prima, sull’area pedagogica, io ritengo che i ragazzi  debbano avere anche loro degli obiettivi, che non sono solo attinenti alla partita singola (vinco o perdo), ma principalmente visti nella loro globalità. Ho sempre pensato che un valido settore giovanile debba aiutare i ragazzi ad accrescere i propri stimoli “interni”,  secondo indicatori ben precisi, che esulano quindi dalla partita collegata al risultato (vittoria o sconfitta), ma che si riflettano sul miglioramento continuo della prestazione. Miglioramento e prestazione. Logico che a nessuno piace perdere e che tutti competono per vincere, ma il risultato è sempre il riflesso della crescita, collettiva e singola.

Ti stavo per fare appunto una domanda sul rapporto tra obiettivi formativi e risultati sportivi, ma mi sembra che tu abbia appena risposto. Avete quindi questo compromesso di fondo, che alla fine si ricongiunge al modello formativo tendente alla valorizzazione dei tuoi ragazzi intesa come crescita, che poi essa sia graduale o rapida non ha importanza.

Si, hai descritto perfettamente l’idea.  E’ chiaro, e scusami non voglio banalizzare: quando otteniamo risultati sul campo siamo contenti, ma se lavori bene i risultati arrivano. Ma dal mio punto di vista sono altre le cose che determinano la qualità del lavoro e la bontà di esso, come la valorizzazione vista come crescita.

Non c’è alcun dubbio. Però voglio restare ancora sulla valorizzazione dei giovani e della Vostra volontà di portarne quanti più possibili in prima squadra. Come sai, al di là della bravura singola, in Italia manca uno step tra Primavera e prima squadra. Fabio Paratici il 3.5.2020 su SkySport ne ha parlato diffusamente, utilizzando il termine “buco” tra formazione fino alla Primavera e post-formazione, ossia ingresso tra i professionisti. Egli sostiene che in Spagna, Inghilterra e Olanda (io aggiungo Belgio e Francia) i ragazzi di 19 o 20 anni hanno già in dote un centinaio di partite tra i prof. Dove sbagliamo noi?

Noi siamo meno abituati a gettare nella mischia i giovani tra i professionisti, anche perché effettivamente il nostro percorso nella ultima parte non è poi cosi formativo, ed i giovani ci arrivano quindi impreparati. Ma aggiungo che già in under 19, spesso si tende a far giocare i ragazzi più pronti a discapito di altri magari migliori ma  più giovani e considerati “non pronti” . Non facendoli giocare  sicuramente non li prepari. I risultati poi sono quelli descritti da Fabio, e sono d’accordo con lui: a 21 o 22 anni ci troviamo ragazzi che non hanno quel bagaglio esperienziale necessario per ambire ad alti livelli. Attenzione: parlo anche a livello di testa. Ecco perché, tornando un po’ a quello che dicevamo prima, la forza mentale è importante, che certamente acquisisci anche giocando, sentendo la fiducia nella società.

Se poi vediamo gli esempi di chi ha esordito in serie A quest’anno, ne contiamo quanti, tre, quattro? Mi vengono in mente Esposito, Kumbulla.

Si hai ragione, sono dati allarmanti, ma ti dico una cosa, il nostro non è un campionato facile, e penso che molti ci arrivano dopo tre quattro anni di serie A in altri paesi con campionati meno competitivi. Io credo che molti ragazzi italiani avrebbero già esordito in alcuni campionati esteri ,ma soltanto perché in Olanda, Belgio, Francia ecc. il livello è  più basso rispetto al nostro. Dobbiamo comunque cercare di invertire la rotta, questo è evidente.  Penso sia necessario creare maggiori opportunità  di esperienze professionistiche nella fascia 20-21 anni

L’idea delle seconde squadre potrebbe aiutare il movimento, al di là di come sono state pensate, perché – correggimi se sbaglio – il grosso problema sono i costi e tutto l’aggregato che ne consegue.

Si, possono aiutare, ma come dici tu sono state pensate male, perché in questo momento sono pochissime le società che possono permettersi una seconda squadra, tanto è vero che in Italia solo la Juventus sta portando avanti questa idea. Il problema maggiore sono ovviamente i costi che si riflettono sulla gestione complessiva, senza contare che devi avere uno stadio, mentre ad esempio in Olanda le seconde squadre possono giocare nel centro sportivo della prima squadra. Diciamo che se vuoi una mia personale visione, sono più propenso ad una idea sviluppata sul modello inglese, con gironi fatte da squadre di Premier League.

Ecco, ricordiamo brevemente che in Inghilterra dal 2012-2013 vi sono due campionati di vertice sotto il nome di Professional Development League, diviso in face di età, under 21 ed under 18 (indipendenti però dai risultati della prima squadra). Al torneo under 23 (Premier League 2), partecipano 24 squadre  (12 per girone).

Si. Diciamo che è un modello che secondo me è più fattibile.

Due parole sull’attività di base e pre-agonistica. Sto studiando le idee di Filippo Galli e del Prof. D’Arrigo, sul “gioco formativo”, ossia l’apprendimento solo attraverso la realtà del gioco, con la palla, sul possesso, sul dominio: questo porta i bambini a prendere più decisioni e determinare più scelte efficaci, con errori che però impari a risolvere. Sul discorso “efficacia” e “libertà alla creatività” però vorrei soffermarmi un attimo, perché entrano in gioco alcune problematiche di non poco conto. Uno di essi è il dribbling. Da un po’ di tempo, facendo scouting sul territorio lombardo, sto avendo difficoltà a trovare ragazzi che ancora sanno maneggiare l’arte del dribbling e dell’ 1 vs 1. Non mi interessano i filosofi evoluti che parlano di inesistenza dei duelli 1 vs 1 in partita, perché personalmente guardo al coraggio, che manca, anche se Voi regalate questa possibilità. In Europa ed in Sudamerica però è la regola. Credi sia un problema di formazione? Ne stanno parlando in tantissimi ormai.

Si è così. E non è solo un problema lombardo, ma generalizzato. Anche noi riscontriamo questo problema, in relazione al dribbling. Ritengo non sia solo una questione di club e formazione, ma di sport in generale e di scuola a livello primario, e parlo di attività motoria. C’è però una realtà di fondo che non va sottaciuta e cioè che la nostra generazione è cresciuta giocando per strada, tante ore al giorno, ed oggi non è più così. Certo, ci sono le scuole calcio, che come sai non possono sostituire la scuola e neppure, in generale, la formazione sportiva primaria. Le ore che i bambini dedicano allo sport è troppo basso.

Quindi, anche per te il fatto che i bambini non giocano più in strada lo associ ai problemi evidenziati? Per me la strada è la vera palestra formativa del calcio.

Assolutamente si. Le ore che dedicavamo noi al gioco erano tantissime, anche 3 al giorno, mentre oggi i bambini che giocano nelle scuole calcio fanno solo 4 o 5 ore a settimana, quando va bene. Tu pensa a come in Germania siano usciti giocatori come Ozil, che da bambino giocava ore e ore nelle “Cage” dei parchi, dove ha imparato le prime tecniche di gioco, come il dribbling appunto.

Si, certo, la “Monkey Cage”, la gabbia delle scimmie, costruita nell’ambito dei progetti di riqualificazione delle aree periferiche.

Esatto. Ma anche in Olanda ci sono certe strutture. In Italia no, c’è poco da fare, e ripeto, secondo me non è solo una responsabilità di club. Chiaro che poi tutto si riflette sugli aspetti squisitamente tecnici, che poi i club sono chiamati a migliorare, ma dopo.   

Il discorso della strada richiama un altro problema e cioè che in Italia non crescono più i talenti di una volta, come i Baggio, i Del Piero, i Totti, i Conti, i Pirlo, i Nesta, i Maldini, i Cabrini ecc. E’ un fatto, non una opinione.

Chiaro. E’ così. Sono d’accordo assolutamente con il tuo punto di vista.

Capitolo scouting. Mi hai detto che la vostra area è divisa in tre settori, quella territoriale, nazionale ed internazionale. In merito all’area nazionale, come è strutturata?

Abbiamo circa 60 osservatori dislocati sul territorio nazionale, anche in considerazione dei costi. Sono sostanzialmente collaboratori esterni che operano a seconda del bacino dove fare selezione.

Mi spieghi questa situazione del bacino regionale? Cioè, il fatto di averne solo 4 in Lombardia e ben 8 in Sicilia significa che il talento è dislocato meglio in quella zona d’Italia?

No, anzi, al contrario. E’ una questione di come si riesce ad entrare e fare selezione. Devo dire che in questo momento storico il nord sta producendo giocatori più interessanti, ma soprattutto perché i ragazzi hanno possibilità di avere una formazione migliore a livello calcistico, e quindi sono più preparati calcisticamente. Il mio è un discorso più di zone di alta penetrazione. In Lombardia, come sai, ci sono società come Atalanta, Inter, Milan, Cremonese, Brescia che hanno il dominio sul territorio, e quindi è complicato riuscire a scovare ragazzi interessanti di 14 anni.

Si, ne so qualcosa! Cosa guardate in un giocatore, e quando decidete di acquisirlo? Cosa vi colpisce? Date risalto alle qualità tecniche (dominio, tempi di gioco, scelte, efficacia), atletiche (struttura, capacità condizionali) o mentali, oppure una summa di queste tre?

Intanto, da un punto di vista generale dobbiamo guardare ai ruoli, e per ogni zona di campo, diciamo, abbiamo delle dinamiche di selezione. Per esempio, come ti dicevo a proposito dei difensori centrali, guardiamo la struttura fisica e la personalità. Quanto invece, ad esempio, alle punte centrali cerchiamo parimenti struttura, anche se chiaramente guardiamo ad altre attitudini.

Infatti è una caratteristica che ho notato, ad esempio studiando anche i vostri 2005 oppure i 2003. Il modulo, lo sappiamo, è il 4-3-3 e chi dà il riferimento offensivo è la punta fisica che gioca in un certo modo. Marconi con i 2005.

Si esatto, e nei 2003 Klajdi Lusha. Poi comunque, come ti dicevo, guardiamo anche parametri legati alla forza, anche se è chiaro che in molti altri settori portiamo anche giocatori più piccoli, se hanno certe attitudini importanti. Quanto alla idea di fondo, noi cerchiamo di selezionare giocatori di prima fascia, a prescindere dalle eventuali lacune delle varie rose. Naturalmente, siamo consapevoli che l’appeal del Parma, rispetto a quello dei top team è molto diverso, ma anche dal punto di vista economico c’è molta differenza, ad oggi, rispetto alle altre società. È molto complicato acquisire calciatori giocatori di questo livello. Sappiamo anche che giocatori di prima fascia ancora in società dilettantistiche sono rarissimi. Quindi devi saper trovare ragazzi di seconda fascia che diventano di prima con la tua competenza e con il lavoro. Ed allora, se è di prima fascia li prendiamo a prescindere, se riusciamo. Riassumendo, quindi, in determinati ruoli guardiamo la struttura, la personalità, la forza, mentre in tutti gli altri valutiamo le attitudini tecniche, condizionali e di comprensione del gioco.

In che modo poi scegliete?

Abbiamo questa metodologia: quando un giocatore viene individuato, lo facciamo studiare da tre nostri osservatori. Fatto questo, decidiamo se continuare a farlo seguire o meno: se interessa, inizia un processo di valutazione individuale, dove viene osservato altre tre volte. Quando abbiamo un quadro generale soddisfacente, allora lo portiamo in prova dove i parametri valutativi si amplificano ulteriormente, perché dobbiamo capire anche altre dinamiche, come per esempio la serietà, il carattere, come si allena, l’equilibrio, e poi tutte quelle attitudini che abbiamo solo letto dalle relazioni. Ovviamente la prova è l’ultimo step e poi decidiamo insieme con l’area scouting.

Immagino che questo schema valutativo non valga anche per i profili internazionali. In questo caso come vi approcciate?

Esatto è diverso. La selezione di giocatori internazionali ha un iter più complesso, perché il giocatore seguito dalla nostra area specifica di solito è un profilo attenzionato da altri club, e di conseguenza la prova ha un obiettivo diverso, perché serve per fargli vedere il centro sportivo, la nostra progettualità, le nostre idee. E quindi deve scegliere anche lui. Comunque siamo soddisfatti del lavoro fatto sin qui, anche perché abbiamo ad oggi 14 stranieri, tra cui diversi nazionali, come tre ungheresi, un portoghese, uno slovacco, un bulgaro, ecc.

Come individuate un profilo internazionale? Ti faccio un esempio: so che stavate seguendo Yousuf Demir del Rapid Vienna, un 2003 veramente interessante che abbiamo schedato molto tempo fa.

Si esatto. Lo abbiamo individuato attraverso alcune piattaforme, ma poi, visto che è molto bravo e duttile, abbiamo deciso di andare in Austria a vederlo giocare dal vivo.

Restiamo un attimo in tema di struttura fisica, ma nella Primavera, quindi in under 19. Ci sono rose che sono costruite di fatto sull’aspetto fisico, e questo a discapito del talento, come dicevamo prima, Vedi Atalanta, Inter, e per certi versi anche la Juventus. Cosa ne pensi? E’ solo una mia visione distorta?

No, non è una tua visione distorta, è come dici tu, ma è anche vero però che il calcio moderno sta andando in quella direzione, la fisicità è predominante e di questo bisogna tenerne conto.

Abbiamo finito. Bella chiacchierata. Complimenti e grazie per la cortesia.

Grazie a te. E’ stato interessante anche per me.

 

 (Fonte foto:  parmacalcio1913.com)

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