Intervista esclusiva di WFS a Giacomo Marconi, talento italiano classe 2005 del Parma

Intervista esclusiva di WFS a Giacomo Marconi, talento italiano classe 2005 del Parma

Nome: Giacomo Marconi
Ruolo: Punta centrale
Data di nascita: 01/08/2005
Altezza: 187 cm.
Piede: Destro

Giacomo Marconi

A cura di Christian Maraniello

Nel documentario su Nick Cave intitolato “20.000 Days On Earth”, dei registi Forsyth e Pollard, ricordo una scena dove il Re Inchiostro ed il selvaggio Warren Ellis parlano di un concerto di Jerry Lee Lewis: per farla breve, Ellis è convinto che dopo qualche canzone dove il rocker sembrava sul palco senza impegno (“a guadagnarsi la pagnotta”), solo un flash lo ha fatto tornare il Killer.

Quel trip viene identificato nella trasformazione, ossia in quell’interruttore che consente ai musicisti di sorreggere un concerto, facendosi carico del talento e dell’energia, che unite formano un qualcosa di sorprendente. Un plot twist emozionale, come lo definirei io.

E cosa c’entra l’attaccante che vi presento oggi, Giacomo Marconi, con Nick Cave ed i concerti? Tutto e niente. Ma è il tutto che mi incendia, e che lo riporto al concerto come metafora della partita, ed al flash come quell’interruttore misterioso che coincide con l’inizio della sequenza offensiva, che apre le linee avversarie.

Ho quindi voluto conoscere personalmente Giacomo Marconi perché avevo la necessità di capire, in profondità, la sua personalità, la meccanica di gioco e la sua interpretazione della partite.

Leggerete molti passaggi relativi a questi aspetti, e tuttavia pensateci bene: nel calcio – oltre al talento, alla testa, ed alla forza – serve l’allenamento quotidiano che indirizza poi la partita del weekend, mentre nella musica, quella vera, ci sono le sessioni di registrazione ed il concerto finale.

Ecco dunque la mia fonte di ispirazione introduttiva, sperando che Giacomo colga le diverse affinità, prendendo coscienza non solo delle molteplici sfumature riconducibili ad uno sport tanto bello, quanto complicato, ma anche di quanto sia importante il vissuto, la nostra memoria.

Dice lo stesso Nick Cave: “Memory is what we are. Your very soul and your very reason to be alive are tied up in memory

 

Alla scoperta di Giacomo Marconi

Il lanky di Montecchio ha caratteristiche significative, già invero analizzate (leggi qui), tra cui la verticalità impattante ed un attacco della profondità che – tornando alla metafora di prima – si accende come un interruttore.

Dietro a tutto questo c’è chiaramente un lavoro complesso, che ho appunto voluto mi raccontasse direttamente Giacomo. Ha parlato della sua metodica singola, di come stia interiorizzando il ruolo anche grazie al lavoro formativo del Parma Calcio, degli allenamenti settimanali, di tattica, ma anche del gruppo, della fiducia e della leadership.

Inoltre, gli ho anche chiesto di portarmi nel suo harem per comprenderne alcune meccaniche subacquee, poco percettibili, relative alla sua clinic caratteriale.

Vi dico che la slide che mi ha rapito maggiormente è stata quella relativa alla strada, colta peraltro immediatamente da Jack (come lo chiama suo padre Alessandro). Mi ha infatti evidenziato due cose al riguardo: la prima è che ha sempre preferito giocare all’aria aperta e con una palla vera, piuttosto che con una virtuale, come a Fifa o Pes, ed è questo che mi sento di dire ai bambini che si affacciano in questo sport, e la seconda che giocavano anche a scuola, durante la ricreazione: non avevamo il pallone, così lo sostituivamo con i succhi di frutta, e inventavamo le porticine con le sedie o le panchine.  

Queste parole, che lo riportano alla infanzia, sono talmente devastanti che sembrano una salmodia violenta per la profondità laica dei contenuti; esse, al contempo, hanno anche il pregio di squarciare un movimento che necessita di rigenerazione, visto il declino evidente (anche) di valori e di principi.

Ho trovato diversi segnali di fumo in quel breve broadcast di Giacomo: l’allarme per i bambini, che ormai preferiscono giocare gli sport virtuali, per le istituzioni che non garantiscono sufficienti livelli di persuasione, e addirittura per l’ambiente calcio, che parimenti non alimenta interesse verso le fasce infantili.

Dicevo del declino dei valori e dei principi, intendendo evidentemente quelli applicabili allo sport in generale, come l’etica ed il rispetto, e Giacomo mi ha parlato della sua visione globale, dimostrando maturità e coscienza della materia, mica poi così semplice da dibattere per un quindicenne.

Buona lettura.

Grazie Giacomo per la Tua disponibilità.  Prima di parlare delle tue caratteristiche tecniche, vorrei mi raccontassi la tua storia calcistica, che ritengo possa essere d’aiuto per capire la tua evoluzione, sia tecnica e sia caratteriale. Quando ho preparato la tua relazione tecnica (leggi qui), ho notato che non c’erano notizie sul tuo percorso: dove hai iniziato a giocare da bambino e chi ti ha trasmesso la passione per il calcio?

Grazie a te innanzitutto. La passione per il calcio l’ho coltivata da solo, la mia famiglia non mi ha mai spinto verso uno sport in particolare, ma a fare sport. Ho iniziato a giocare in una squadra iscrivendomi, con un paio di amici della scuola materna, a 4 anni, nella squadra del mio paese, Montecchio, fra l’altro con i 2004, quindi con i bambini più grandi, dove mi facevano giocare, all’inizio come difensore centrale. Qui ho giocato per 7 anni, e l’ultimo anno, nel 2016, facevo un allenamento a settimana ed i test match con la Reggiana, dove poi mi sono trasferito per il campionato regionale Under 13 e sono rimasto sino al fallimento, a seguito del quale mi sono trasferito al Parma Calcio, dove gioco da due stagioni.

Dove hai imparato i primi rudimenti, per strada con gli amici o nel Montecchio? Mi interessa saperlo, perché poi c’è una domanda specifica su un tema che mi sta a cuore.

Io giocavo sempre a pallone, anche prima di iniziare con il Montecchio. Allora abitavamo a Reggio e quando possibile andavo al parco dietro casa a giocare con i miei amici, ma adesso che mi ci fai pensare anche a scuola, durante la ricreazione giocavamo sempre a calcio: non avevamo il pallone, così lo sostituivamo con i cartoncini dei succhi di frutta, e inventavamo le porte con le sedie o le panchine.

Ecco dove volevo arrivare. Il concetto tecnico primitivo inizia proprio da bambini, quando le prime attività coordinative si intrecciano – saldandosi – con l’esordio delle fondazioni tecniche. Anche noi quarantenni giocavamo con qualsiasi cosa si avvicinasse al pallone (più spesso le lattine, a scuola). Nel tuo caso, usando i succhi di frutta come palla hai certamente instradato – senza volerlo – il primo controllo, la conduzione, le traiettorie di tiro.

Non ci avevo mai pensato, è certamente interessante questo aspetto, sia per la parte tecnica, che di gestione e sviluppo del gruppo che si crea con i tuoi amici e compagni di gioco.    

Esatto, ed è motivo di discussione tra gli addetti ai lavori sull’attuale mondo del calcio giovanile, ma ne parleremo a breve. Vorrei mi raccontassi qualche ricordo legato alle prime partite giocate da bambino. Uno lo hai già espresso, parlando dei succhi di frutta e della ricreazioni passate a giocare a pallone.

Guarda, ho un ricordo molto nitido del primo gol che feci come difensore centrale, anche se ho dimenticato contro chi. Tra l’altro fu un gol strano, perché il tiro di un mio compagno finì sul palo ed io ho cercato di ribattere ma sono inciampato sulla palla.

 

Una danza pirotecnica e simpatica, ma efficace. Poi parliamo anche dell’estetica dei gol.

Si perché poi fortunatamente la palla è entrata in porta [ride].Volevo poi segnalarti una curiosità, che spesso mi torna in mente, perché quando giocavo nel Montecchio l’altro difensore centrale si chiamava Giacomo come me, e quindi quando il mister ci chiamava ci giravamo entrambi, ed era un bel casino.

 

A proposito di mister, ti senti legato a qualcuno in particolare?

Più di uno a dirti la verità. Nel periodo del Montecchio citerei Giovanni Lusetti, Luca Colli ed Elisabetta Rabaglia, che ora allena le giovanili femminili a Parma, poi Vincenzo Lombardo e Walter Garamante. Della Reggiana ricordo i mister Andrea Moratti e Giancarlo Bocelli, oltre al responsabile Davide Caprari, ora al Bologna, che mi voleva. Li ricordo con tanto affetto.

Eccoci alla tematica che abbiamo accennato, della strada, che sembra quasi banale, ma tra le righe c’è un mio personale retrogusto amaragnolo, perché secondo me è fondamentale per la crescita del calcio. Oltretutto un grande campione come Tevez ce lo ha pure spiattellato addosso recentemente: ho la stessa sensazione di quando giocavo da voi: i ragazzini sanno tutto di tattica ma la palla non la toccano bene. In Argentina si gioca ancora per la strada”. I ragazzi non giocano più come la nostra generazione, preferendo rimbambirsi al telefonino o alla playstation. Come la vedi e – più filosoficamente – cosa ti senti di dire ai bambini che si affacciano al calcio?

Allora, io ho iniziato tardi a giocare alla playstation, credo in seconda media, per cui la mia infanzia è fortemente legata alle partite al parco, come ti dicevo prima, o a scuola, o al Montecchio. Ho sempre preferito giocare all’aria aperta e con una palla vera, piuttosto che con una virtuale, come a Fifa o Pes, ed è questo che mi sento di dire ai bambini che si affacciano a questo sport di giocare con i palloni veri all’aria aperta, con i propri amici. E’ tutto più divertente e anche giocando con oggetti di fortuna, ti puoi allenare e si impara molto, anche tecnicamente.

Che cosa rappresenta, dunque, per te il calcio?

Dire “tutto” mi sembra un po’banale, anche se poi alla fine è così. Per me è lo sport più bello che ci sia, e mi ha permesso e mi permette di divertirmi e di instaurare tante nuove amicizie, penso agli amici del Montecchio, della Reggiana, del Parma, della Nazionale ed anche a tanti avversari con i quali ci si vede ormai da tanto tempo sul campo, e con i quali ho stretto amicizia.

Scusa se ti interrompo: quindi possiamo dire che è anche una forma di aggregazione.

Assolutamente. Il calcio è uno sport di squadra quindi rappresenta di per se un’importante “unione”, dentro al campo non siamo nemici ma solo avversari, deve esserci anche un grande rispetto, dal quale nasce poi l’amicizia.

A proposito di rispetto, mi hai fatto venire un trip, e voglio proportelo perché pertinente. Giusto ieri ho letto l’elogio pubblico di Claudio Marchisio sulla sua pagina ufficiale di Facebook, su Rino Gattuso (“la bellezza del calcio sta anche nel vederlo abitato da uomini passionali e genuini come lui”) e lo voglio associare ad un breve tracciante di Muhammad Alì: “l’uomo che non ha fantasia non ha ali per volare ed i campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione: devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”. Non ti chiedo l’esegesi, sebbene ci siano diversi spunti da cui trarre qualcosa di interessante, ma quantomeno vorrei chiederti cosa pensi di aver imparato ed interiorizzato nel tuo percorso sino ad ora.

Ti rispondo citandoti un altro episodio, nell’ultimo anno del Montecchio. La Società aveva iniziato un progetto denominato “MonteBoca” perché studiato con un’altra società della zona, il Boca Barco, per aumentare il numero degli iscritti, creare squadre diciamo omogenee, e per gestire al meglio allenamenti, allenatori e la crescita di noi ragazzi. C’era una parte tecnica, di campo, ed un’altra parte più teorica, perché ricordo che avevano impostato un progetto di comunicazione con poster motivazionali, che si chiamava appunto “MonteBoca, per crescere sul campo e nella vita…”,  proprio perché l’abilità, come ha detto Muhammad Alì, non basta, visto che occorre che i giovani calciatori diventino uomini e che coltivino da subito anche la parte di motivazione, di rispetto, tenendo conto dell’importanza della scuola, della cultura, e quindi dei valori che servono per diventare dei buoni adulti.

Molto interessante. Mi hai dato ulteriori spunti di riflessione, che riprenderemo più avanti, soprattutto sull’etica ed il rispetto. Torniamo un attimo al tuo storico. Abbiamo detto che arrivi due anni fa al Parma Calcio, ossia in una grande realtà del panorama italiano, anche a livello giovanile. In questo senso, ho conosciuto il progetto formativo che mi ha raccontato Luca Piazzi (leggi qui), quale Responsabile del settore giovanile. Raccontaci l’ambiente, la professionalità dei vari staff e il modo in cui ti hanno accolto e coinvolto in questo progetto.

Sono arrivato al Parma due anni fa, dalla Reggiana, e come sai tra le due città c’è un forte campanilismo, ed all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà, perché ero un po’ timido e chiuso, per cui non sono riuscito a legare subito con i ragazzi. Qui entra in gioco la playstation, perché è grazie ad essa che sono entrato dentro nel gruppo, diciamo, giocando moltissimo con un mio compagno, Vittorio Fontana, con cui poi ho stretto una bella amicizia. Grazie a lui, infatti, mi sono poi aperto di più e anche gli altri mi hanno inserito. Quanto alla società, l’anno scorso al mio arrivo tutto lo staff mi ha accolto benissimo, con grande calore, aiutandomi tanto nell’ambientamento. Ricordo tutti, mister Imbaglione, il prof. Ginese, il Doc. Magoga, oltre ovviamente a Giovanni Manzani ed al Direttore Luca Piazzi, tutti mi hanno aiutato a sentirmi a casa. Anche quest’anno mi sono trovato davvero molto bene pur con le tante novità. Sono arrivati i nuovi ragazzi del convitto, abbiamo cambiato il Mister [Ghia, nota mia] ma nella sostanza e nella nostra gestione non è cambiato nulla perché anche lo staff nuovo ci ha fatto sentire da subito a nostro agio, veramente con tanta disponibilità.

Appena sei arrivato hai preso subito coscienza del progetto formativo?

Inizialmente no, però piano piano l’ho scoperto durante le partite, gli allenamenti, e soprattutto gli insegnamenti dello staff, con le loro richieste, le varie situazioni di gioco. Il modulo è uguale per tutte le categorie, e mi piace essere all’interno di un progetto che esalta le mie caratteristiche.

A proposito di caratteristiche, prima di addentrarci nelle metodiche specifiche relative al tuo modo di giocare, voglio un tuo giudizio sulla mia relazione che ho pubblicato (leggi qui). Non mi interessa un voto, ma un pensiero obiettivo su quanto esposto.

Intanto ti ringrazio della approfondita ed interessante relazione. L’ho letta con attenzione e secondo me l’analisi è precisa e condivido tutto (anche le aree di miglioramento), anche se vorrei chiederti cosa intendi per “movimenti in ampiezza”.

Sono quei movimenti che servono per non dare sempre il riferimento ai due centrali avversari. Prendi Firmino o Benzema, che sono degli specialisti secondo me: spesso fanno da collante abbassandosi sull’ultimo terzo, ma altrettanto sovente si allargano sui binari (in ampiezza, appunto), per poi incendiarsi in campo aperto o associarsi con il collettivo. Anche Malen e Boadu sono molto bravi in questo senso (per certi versi pure Haaland sta interiorizzando certi movimenti). Al di là delle caratteristiche specifiche (tecniche e fisiche), secondo me se riesci a masterizzare questa piccola clinic potresti avvantaggiarti, perché hai un attacco della profondità di alto livello, e partendo più largo – almeno in certe situazioni – attrarresti un difendente, disordinando la linea, e creeresti una bella babilonia.

Si, ho capito. Ok, allora sono assolutamente d’accordo. Devo certamente migliorare da questo punto di vista e difatti con il Mister ne parliamo.

Certo, e infatti è un aspetto che ti avrei chiesto più avanti, parlando delle richieste di Mister Ghia. C’è una domanda specifica che poi riprenderò. Sui difetti che ho descritto?

Si assolutamente. Sono d’accordo con quello che hai analizzato. Il pressing ma soprattutto il timing della pressione devo migliorarlo molto. Arrivo spesso in ritardo oppure faccio delle corse a vuoto, quando invece potrei organizzarlo meglio, anche individualmente, poi certo di collettivo.

Mettiamo ordine sulle tue lacune, che le ho racchiuse in due macroaree, già in parte recepite: 1) la continuità di gioco, ed all’interno di essa la microarea della rapidità della giocata (sia fronte-porta ma più marcatamente spalle-porta);  2) la gestione dei tempi di pressione. Ti chiedo due cose: innanzitutto in che modo stai cercando di migliorare, e poi se ne parli con lo staff tecnico.

Si lo riconosco, sono aree in cui devo migliorare e soprattutto su intensità e sul timing del pressing ci stiamo lavorando parecchio, anche con lo staff. Sono i miei difetti principali, e ti dico che, soprattutto sul timing del pressing ci stiamo lavorando parecchio, partendo dalla video analisi, per capire come e quando iniziare un movimento preordinato alla pressione, per poi portare questi aspetti sul campo, nelle varie situazioni. Solitamente lavoriamo sulla difesa di reparto, orientandoci verso un lato: c’è l’aggressore, poi la prima linea e la seconda. Quanto alla continuità di gioco ti confermo che ci lavoro singolarmente, cercando di aumentare sempre di più l’intensità in allenamento, per arrivare, in partita, ad essere sempre al centro del gioco, e non solo per piccoli periodi.

Parliamo del tuo screening tecnico, che però dovrai fare tu, come ho chiesto a tutti i tuoi colleghi: descrivimi le tue peculiarità principali, il tuo modo di interpretare la funzione di prima punta, e dove secondo te devi migliorare.

Io direi che la mia prima caratteristica è la fisicità, intesa non solo strutturale, ma anche per l’attacco della profondità, e poi secondo me sono abbastanza bravo nella capacità di riconoscere le diverse situazioni di gioco. Quanto ai difetti, penso che tu li abbia individuati molto bene nella tua relazione, e quindi sicuramente devo migliorare nello scarico e nel lavoro spalle alla porta, oltre che nella tecnica nello stretto. Io credo che una prima punta debba aiutare molto la squadra, specialmente dando la profondità per “creare la rifinitura” (come la chiamiamo noi), ossia lo spazio compreso tra la linea difensiva ed i centrocampisti avversari, cercando di allungare la squadra per lavorare e giocare il pallone, oppure fare movimenti per facilitare un compagno, o il gioco. Chiaro che poi quello che si chiede ad un attaccante è la finalizzazione ed attaccare la porta, e questo cerco sempre di farlo…

Esatto. E’ l’intermittenza – passami il termine – che al momento pregiudica alcune tue prestazioni, e come sai ogni partita contiene tante micropartite, all’interno delle quali si creano ogni volta nuove situazioni complesse. Ad ogni modo, ti faccio i complimenti perché hai preso coscienza dei tuoi (pochi) difetti, e con umiltà cerchi di migliorarti.

Grazie.

Sull’ampiezza, invece, te ne ha mai parlato qualcuno?

Si, anche perché quando ero più piccolo giocavo esterno, e tendevo spesso ad andare verso la bandierina, o a tagliare in campo aperto per andare fuori linea. Ecco, diciamo che un errore che faccio adesso riguarda proprio quei movimenti. Per questo ti ho chiesto cosa intendevi per “movimenti in ampiezza”. Ed è un movimento che effettivamente non faccio spesso, e che devo certamente iniziare, perché lavorando alle spalle dei difensori, o comunque andando largo, posso sfruttare la mia velocità per metterli in difficoltà.Tagliando dentro arriverei quasi sempre in porta, oppure posso anche dialogare e propormi in altre combinazioni.

Si, perché poi, al di là della profondità, in questo modo sei anche più coinvolto. Tra l’altro Luca Piazzi, parlandomi del progetto formativo, mi ha spiegato che tra le nuove aree create all’interno della società, ve n’è una in particolare, molto innovativa, che si chiama “development individual program”, con tre allenatori specifici che si occupano dello sviluppo tecnico-tattico individuale su voi ragazzi (esercitazioni per gli attaccanti, per i difensori, e sulle palle inattive). Con specifico riferimento a voi attaccanti, c’è mister Francesco Ruopolo, ex calciatore peraltro. Mi puoi raccontare cosa fate nello specifico, se discutete di situazioni di gioco, di errori, gesti, scelte, sequenze offensive ecc.

Si esatto, per noi attaccanti c’è Mister Ruopolo con il quale, da novembre, faccio un lavoro specifico, individuale, sia a livello teorico e sia pratico. Sul teorico, discutiamo della partita, soprattutto guardando assieme dei video estrapolati da essa, che analizziamo criticamente per trarre delle indicazioni sulle situazioni dove ho fatto bene, e quelle dove devo migliorare, soprattutto nei movimenti. A livello pratico, Mister Ruopolo viene un paio di volte a settimana e nei training, mi guarda, e se faccio errori mi ferma, mi fa vedere come è meglio eseguire certe situazioni, o mi illustra delle possibili varianti della giocata per ampliare le possibili scelte o decisioni di gioco. Poi chiaramente sul discorso delle scelte in partita molto dipende da noi giocatori.

Cosa hai imparato tecnicamente e tatticamente da Mister Ruopolo?

Ho imparato tantissimo a stare alle spalle del difensore, cercando di distrarlo, anticiparlo, e poi capire la traiettoria ed attaccare l’area; in più mi ha insegnato un movimento a “mezzaluna” che utilizzo quando voglio attaccare la profondità, per evitare il fuorigioco.

Ecco, considerando che come attaccanti di struttura, nel 4-3-3, ci sei tu e Napolitano, vorrei sapere se Mister Ruopolo vi insegna anche qualche mental games che servono per adattarsi alle difficoltà situazionali del momento.

Si, nel senso che ci fa vedere tutto sul campo. Alle volte appunto nella partitella, oppure nei vari esercizi, mi ferma e mi spiega. Ad esempio, come e quando staccarmi dal difensore, oppure come usare il gomito o l’avambraccio per tenerlo lontano, e in generale per sfruttare al massimo il mio fisico. Chiaro che poi dipende tanto dal difensore. Per esempio ho giocato contro Serra, del Torino, e con lui ho avuto problemi perché è molto bravo ad intuire certi movimenti, ma soprattutto a spostarmi l’avambraccio quando andiamo a contrasto. Con ogni difensore avversario devi applicare una diversa metodologia di approccio e modo di giocare, cercando di analizzare e capire velocemente le sue doti e caratteristiche per sfruttare a tuo favore eventuali sue lacune o punti critici.

 Hai appena parlato del c.d. problem solving, ma ci arriviamo tra poco perché è un discorso interessante.Voglio prima capire come lavorate voi attaccanti sulla traccia formativa della intera maieutica delineata da Luca Piazzi: “passaggio da una fase all’altra del gioco, e quindi alle c.d transizioni: lavoriamo molto sulla riadattabilità immediata tra fase difensiva e fase offensiva. Vogliamo cioè che i ragazzi riconoscano immediatamente le due fasi.

Si, è un discorso che vale anche per noi attaccanti. Noi nelle transizioni negative – quindi quando perdiamo palla e dobbiamo passare da fase offensiva a difensiva – dobbiamo procedere con il recupero immediato, o comunque lo staff ci chiede di fermare l’azione il prima possibile. Per cui noi attaccanti dobbiamo cercare di chiudere il gioco avversario in una parte del campo e di indirizzare la loro giocata sull’esterno. Per quanto riguarda il passaggio dalla fase difensiva a quella offensiva, la richiesta a noi attaccanti è quella di andare veloci in ripartenza e sfruttare la superiorità numerica, oppure, in determinate situazioni, se non si riesce subito ad attaccare la profondità, di temporeggiare e prendere fallo per far salire la squadra.

Il modulo di riferimento in tutto il settore giovanile è il 4-3-3, e restando nel tema che ti riguarda, ossia la fase offensiva, il tridente è composto da ali a piede invertito e dal n. 9 che è una punta centrale di struttura e gamba. Entriamo nel dettaglio: cosa ti chiede Mister Ghia, al di là del progetto didattico generale visto sopra?  Hai dei movimenti codificati, magari provati durante gli allenamenti, o ti lascia decidere in autonomia cosa fare durante le situazioni di gioco?

Mister Ghia ed anche Ruopolo, ci hanno dato delle linee guida sui movimenti favorevoli in base alle situazioni, ma alla fine, in campo, siamo noi a scegliere secondo la nostra visione del momento. Devo dire che magari faccio anche dei movimenti studiati, però poi alle volte cambio dinamica in base alla situazione. Ho quindi una certa autonomia.

Poi chiaro che ci deve essere anche empatia con gli esterni.

Si esatto. Ormai ci conosciamo molto bene, quasi a memoria, e quindi in campo è più facile trovarci.

Io penso che per un attaccante come te, strutturato e fisico, sia molto importante sapersi muovere ed avere quelle conoscenze che permettono di giocare anche nei mezzi spazi, senza cioè dare riferimenti, ad esempio per fornire appoggi e linee di passaggio, in uno sviluppo-gioco in medio-corto. Ne parlavamo prima a proposito della tua continuità e delle scelte efficaci più rapide, che permettono poi di arrivare in zona rifinitura con più soluzioni, con gli esterni che garantiscono creatività facilitandoti il compito principale, che è segnare. Ebbene, cosa rappresenta per te il goal?

Per me il gol è la ciliegina sulla torta. E’ la parte finale di un’azione che si è conclusa al meglio, per cui ogni volta che riesco a segnare sono davvero molto contento ed è una grande soddisfazione. Ma ti dico che comunque – al di là di tutto – è vero che il gol rappresenta quasi tutto per noi attaccanti, però, sinceramente, sono molto contento anche se riesco a far segnare, quindi un bell’assist è un po’ l’equivalente del gol, almeno per come lo vivo io, soprattutto quando rappresenta un’intuizione, un’invenzione, cioè quando riesci, con un passaggio o una giocata (magari un velo), a mettere un tuo compagno in condizione di segnare. Ecco anche in tali casi è ugualmente, per me, una grande soddisfazione. Certo, so anche che ci si ricorda soprattutto di chi segna [ride]

Si, nell’immaginario collettivo è così, però ormai con tutta questa nuova metodica che ha preso forma in questo periodo, sulle statistiche, gli xG, gli indici di pericolosità, diciamo che conta anche il passaggio precedente, o addirittura il third pass. Ma al di là di queste vicende – che sono certamente affascinanti ma mi stanno portando fuori argomento – se non segnate cosa succede? Valutate questo aspetto?

Secondo me dipende dalle partite. Se crei tante occasioni, e non segni, significa che comunque la squadra ha fatto bene e quindi la domanda da porsi riguarda solo la questione della finalizzazione. Al contrario, se invece non arrivi mai in area avversaria, ed è successo, allora ci sono stati problemi, e cerchiamo di analizzare quali. Io credo che il problema maggiore, in quest’ultimo caso, sia il passaggio tra lo sviluppo e la finalizzazione, o comunque la rifinitura.

La zona rifinitura è proprio diventata centrale della meccanica offensiva, insieme, appunto alla finalizzazione: tu hai un repertorio vasto.
Mi puoi raccontare il più bel gol che hai realizzato? Non solo per il gesto tecnico in sé, ma per l’ambiente, la partita, la tensione.

Senza alcun dubbio il gol di testa contro il Portogallo. Lì avevo dentro tutto, l’emozione di giocare per la prima volta con la maglia azzurra in una partita ufficiale, poi l’ambiente, la partita tirata, l’avversario di prestigio, il torneo ufficiale in Portogallo. Fare gol all’esordio è stata un’emozione veramente incredibile, oltretutto è stato anche il primo gol ufficiale della nazionale Under 15 di questo ciclo. La squadra è molto forte, abbiamo vinto 4-1, in trasferta, ma eravamo sicuri di noi e della nostra forza, e volevamo vincere per fare bella figura e per ringraziare in questo modo Mister Panico e tutto lo staff per le loro scelte… sono state emozioni incredibili.

Dopo ti farò alcune domande sulla nazionale. Se sbagli uno (o tanti) gol cosa ti scatta? Hai ripercussioni mentali in partita?

Allora, è complicato rispondere. Sbagliarne tanti di sicuro non ti fa stare bene, perché a me il gol dà sicurezza, però se sbaglio cerco di non pensarci molto, ed appunto provo a fare meglio nell’azione successiva. 

Insomma, non hai il chiodo fisso del goal, quindi diciamo che il senso di queste domande specifiche è capire cosa pensi dell’arte e dell’estetica di ogni segnatura, perché a mio parere restano concetti soggettivi.

Si esatto, non è un chiodo fisso. Penso anche che non abbia importanza l’estetica per me, quanto piuttosto segnare. Se poi riesci anche a fare un bel goal, tanto meglio.

Studi video specializzati, magari per interiorizzare scenari offensivi che non esegui in allenamento?

Io sì. Guardo tantissimi video su Youtube, degli attaccanti, e poi cerco di applicarli in partita, anche se non è semplice.

L’evoluzione del calcio ha portato a masterizzare, almeno ad alti livelli, un contrasto (alle volte impercettibile), tra due macro-contesti, ossia lo sviluppo posizionale (possesso palla e cognitività) e quello transizionale (riaggressione alta e ripartenze selvagge). In queste due grandi categorizzazioni, un attaccante, per poter essere considerato moderno deve sapersi adattare ad entrambi i modelli.
Per esemplificare, ti cito la nuova genesi degli attaccanti violenti, specie in campo aperto, che sono funzionali ad entrambi gli scenari sopra descritti: Haaland, Boadu, Malen, Osimhen, Isak, Jovic, Thuram.
Tu credi di poter stazionare in entrambi i modelli, tenendo conto delle tue caratteristiche?

Sinceramente penso di rivedermi in entrambe le situazioni, perché nella costruzione più posizionale, e quindi – come dici tu – dove ci sono meno transizioni selvagge, posso adeguarmi lavorando sugli scarichi, ed è un po’ il discorso che facevamo prima sul migliorare la velocità della trasmissione anche spalle alla porta, perché chiaramente serve di più in questo contesto. Invece nel modello transizionale sono molto portato, perché comunque mi piace attaccare la profondità, visto che la velocità in campo aperto è uno dei miei punti di forza.

Ti lancio una provocazione, invece: secondo me se adesso giocassi nella Juventus faresti un po’ fatica, mentre nel Liverpool troveresti il tuo habitat naturale. Quindi semplificando, ho come l’impressione che tu sia un attaccante che fa più fatica (mentalmente intendo) a giocare un calcio statico, fatto di sponde e lotte estenuanti, mentre preferisci (o preferiresti) esaltarti in campo aperto. Come la vedi?

Si, forse hai ragione, perché tornando al tuo esempio, nella Juve ci sono molti fraseggi corti, tanti scambi, e quindi gli attaccanti devono saper giocare la palla, in associazione, anche velocemente, mentre nel Liverpool gli attaccanti sono focalizzati sulle ripartenze.

Bravo. Ti ho fatto questi due esempi, perché volevo capire se hai preso coscienza delle diverse metodiche offensive, anche per inquadrarti, ma soprattutto per centrare i motivi per cui ho insistito sulla intensità e continuità, quali lacune dove intervenire per completarti. Parliamo adesso della tua clinic prestazionale, ma intesa in senso individuale con il difendente diretto. La punta centrale di un 4-3-3 deve essere spigolosa, dare riferimenti ma anche attaccare la profondità, aprire la linea avversaria e (normalmente) lottare contro il difensore. Prima una domanda secca, a cui invero hai già risposto: c’è un difensore che ti ha creato davvero grandi problemi? E perché.

Si, Serra perché non ti permette di usare la fisicità in generale, come l’avambraccio, perché in definitiva non mi consentiva di sentirlo, di sapere dove fosse. Ed allora cerco di staccarmi a mia volta per andare a prendermi lo scarico, oppure mi metto di profilo, cerco di aprirmi, anche con il controllo, o vado fuorilinea per cercare la profondità, o ancora provo un contromovimento, facendo finta di andare in campo aperto. Serra è stato il più tosto in assoluto.

Sono i mind games di cui ti avevo accennato prima, e che si riverberano sul c.d. problem solving, altra tematica fondamentale, e dove ti vedo impattante. Tra l’altro ne hai anche parlato con Gabriele Majo, dopo quella partita contro il Portogallo (torneo Uefa Algarve): “Il livello è molto alto, c’è molta intensità e devi saper subito fare la giocata, perché c’è poco tempo per decidere, e devi saper eseguire la scelta più efficace”, a cui hai aggiunto: in difficoltà no, anche perché se i tuoi compagni alzano il ritmo e ti danno una mano, sei più facilitato a giocare ed adeguarti”. Alleni singolarmente questa capacità di adeguarti, oppure anche con il club attraverso allenamenti specifici?

Io credo che la capacità di adattarsi, in generale, la si debba allenare, imparando dalle diverse situazioni di gioco. Poi chiaro, che anche la partita in sé è allenante. Devo dire però che un po’ mi viene anche spontaneo, perché se non ti adatti alla svelta non tocchi palla, e quindi non sei di aiuto, poi.

Hai mai perso il controllo?

Si è successo, contro il difensore centrale della Spagna. E tra l’altro era anche più basso di me, solo che era proprio cattivo, ma soprattutto secondo me anche scorretto, perché alzava i gomiti. Però non ho commesso a mia volta scorrettezze, ma di certo mi sono fatto rispettare. Poi comunque, come sai, molti difensori ti istigano, ma non abbocco mai.

Forza mentale: quanto conta nel tuo percorso quotidiano?

Conta tantissimo, perché noi del 2005 ci alleniamo 4 volte alla settimana, ed abbiamo poco tempo libero, e quindi ci vuole una grande motivazione dentro. Deve essere solo nostra, non pervenire dal di fuori.

L’aspetto mentale dovrebbe riflettersi poi sulla certificazione della leadership in campo. Tu senti la fiducia del gruppo? Ti senti questa responsabilità?

Si la sento, ma ti dico che ho davvero molta fiducia nei miei compagni, e penso che anche loro l’abbiano nei miei confronti. Come dice spesso il Mister, tutti dobbiamo cercare di “tirar fuori la nostra leadership” e dobbiamo essere bravi a trasmetterla alla squadra ed al gruppo, per cercare di dare e far dare a tutti sempre il massimo.

Quanto è importante, per un calciatore, anche giovane come te, entrare in empatia con il proprio mister? Ti sei mai posto il problema?

Moltissimo. E per fortuna mi sono sempre trovato molto bene con tutti gli allenatori che ho avuto.

Capitolo nazionale. Sensazioni ed emozioni.

Ho avuto la fortuna di indossare la maglia della nazionale tre volte, e tutte e tre le volte mi hanno dato la maglia numero 9. Ho pensato fosse un privilegio poter rappresentare l’Italia, ma anche i compagni che non sono con noi, oltretutto con un numero di maglia così importante come quella del centravanti. Sono emozioni uniche, davvero. Io penso che la nostra Nazionale Under 15 sia molto competitiva, come ho accennato prima, siamo coscienti della nostra forza e lo staff è riuscito a creare un bel gruppo, molto affiatato.

Metodologia di lavoro. Che differenze ci sono a livello tecnico-tattico rispetto al club?

Una delle differenze principali è il modulo, perché in nazionale usiamo solitamente un 4-3-1-2, quindi con il trequartista, mentre nel Parma, come sai, abbiamo un 4-3-3 con due esterni a piede invertito. E’ vero che ci sono movimenti differenti, ma sinceramente anche giocare con due punte non ho trovato difficoltà, anzi mi sono adattato molto bene. Al torneo Algarve, però, contro la Spagna, abbiamo utilizzato un 4-3-3 modificato, diciamo, perché Antonio Troise pur partendo largo a sinistra, giocava molto dentro il campo, da trequartista, ed io mi allargavo da esterno.

Immagino ci sia molta competizione tra voi attaccanti.

Beh si, c’è competizione, come credo sia giusto, ma questo ti permette di dare sempre il massimo. Con tutti gli attaccanti ho legato molto, con Mangiameli del Milan, Casagrande del Genoa ed anche con Martins dell’Inter, siamo amici anche fuori dal campo.

Sei proiettato verso il calcio che conta. Credo possa fare piacere a tutti leggere il proprio nome accostato a top team. Non parlo di te, nello specifico, ma vorrei discutere di una questione molto importante. Puntare sui giovani italiani è un refrain che sto portando avanti da molto, e quindi bisognerà che il sistema calcio faccia qualcosa. Tanti ragazzi, purtroppo, sono costretti ad emigrare per giocare, e questo, a mio avviso è una sconfitta per il nostro calcio, come ad esempio Arlotti, Cudrig, Pellegri, Franchi ed altri. A livello generale, cosa pensi della situazione in Italia?

E’ un problema certamente Io vorrei che tornassimo a qualche decennio fa, quando c’erano pochi stranieri, per lasciare spazio ai talenti nostrani e magari valorizzare ancora maggiormente i nostri vivai nazionali. Ma ormai viviamo in un mondo globalizzato e avere tante possibilità di sbocchi professionali è anche un bene per potersi magari esprimere anche in altri contesti. La nostra prof di latino dice sempre “nemo propheta in Patria”, quindi ben venga… il mondo [ride].

Questo richiamo alla globalizzazione è molto stimolante, così come la citazione liturgica, ed a questo punto ti chiedo: dovesse pervenire la possibilità di giocare all’estero?

In questo momento no, non andrei. Ma quando sarò più grande senza dubbio ci penserei seriamente.

Cosa pensi delle critiche?

Penso che le critiche, purché costruttive, siano importanti, e servono per migliorare. Quindi non mi infastidiscono e le ascolto sempre, cercando di coglierne l’aspetto positivo.

Occhio che arrivano le domande toste. Recentemente abbiamo pubblicato delle interessanti interviste sui problemi del calcio giovanile, con Dino Baggio, Antonio Cabrini, David Di Michele, Gigi Orlandini, e sono venute fuori argomentazioni molto stimolanti, soprattutto su come i ragazzi stiano perdendo un po’ di vista la vera essenza del calcio, che è passione, divertimento, e cultura del sacrificio.
Ad esempio, Di Michele mi ha detto testualmente che “I ragazzi, come sottolineate spesso, stanno perdendo i valori dello sport, e le colpe sono da attribuirsi un po’ a tutti i livelli: dagli stessi ragazzi, sino ad arrivare ai genitori, al sistema calcio in generale, e poi i social media
Come vedi la situazione vivendola in prima persona?

Personalmente la passione che mi lega al calcio è unica e molto forte, però forse è vero che possiamo essere distratti da quello che ci circonda, rispetto ai ragazzi di qualche anno fa, quando ancora non c’erano i social media. Però io so quello che voglio fare da grande, ed è il calciatore, per cui oltre alla scuola penso solo a giocare a pallone ed impegnarmi. Poi ovviamente nel tempo libero vengono gli amici.

Magia e passione: il 24.5.2019 in Vaticano si è tenuto un evento dal titolo “Il calcio che amiamo”; tra i tanti passaggi del Pontefice, vi sono questi: “La felicità è dare un pallone a un bambino per giocare, dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni. Spesso si sente dire anche che il calcio non è più un gioco: purtroppo assistiamo, anche nel calcio giovanile, a fenomeni che macchiano la sua bellezza. Ad esempio, si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi-ultras. Il calcio è un gioco, e tale deve rimanere (…). Si rincorre un sogno, senza però diventare per forza un campione. È un diritto non diventare un campione”. Ecco, riflettendo un attimo davanti a queste parole significative, credi che il calcio stia davvero perdendo la magìa che aveva nella nostra infanzia?

Differenze non le noto tanto, perché quando ho la palla tra i piedi provo le stesse emozioni di quando ero bambino, al parco. Chiaramente non capisco i ragazzini che smettono di giocare a pallone. Ecco, diciamo che più che la magia si sta perdendo la passione, e quindi concordo con la tua analisi.

Etica e rispetto. Ti cito un breve tracciante di Mister Di Michele, nella mia intervista pubblicata su questa Rivista: “Sono convinto che sia molto più importante parlare con i ragazzi di etica e di rispetto, piuttosto che di calcio giocato, di tattica e di tecnica”. Ecco, noi teniamo molto a questi ideali dell’etica e del rispetto, per cui ti chiediamo di dirci due parole al riguardo.

Si, guarda, al Parma, ad inizio anno, proprio il primo allenamento, nello spogliatoio lo staff ci ha fatto un discorso sull’etica in generale, spiegandoci la politica della Società, come rispettare i materiali, i ruoli, le persone all’interno della società a tutti i livelli. Di rispettarsi e rispettare. Dobbiamo essere da esempio. In squadra abbiamo i sette pilastri (come ad esempio giocare l’uno per l’altro). Il Mister stesso ci ripete sempre che siamo una grande famiglia quindi dobbiamo rispettarci ed aiutarci tutti.

Poi vorrei raccontarti un aneddoto, che considero importante per la tematica: quando giocavo ancora nel Montecchio, quindi da piccolino, ricordo che avevamo perso una partita importante e non ho dato la mano ad un avversario a fine partita. Mio padre aveva visto la scena e chiese al Mister di non farmi giocare la partita successiva, che tra l’altro era una semifinale. E non mi fecero giocare.

Quindi ho imparato la lezione e da allora ho certamente più chiaro il concetto di rispetto che comprende anche dare sempre la mano agli avversari a fine partita sia che si vinca o che si perda.

Tuo padre è stato molto attento, e condivido la sua decisione. Hai un modello di riferimento nel tuo ruolo? Cosa ti piace e cosa gli ruberesti, a livello tecnico o tattico?

A me piace molto Haaland, perché è giovane e sta facendo vedere cose importanti. Poi è esplosivo, sa adattarsi a diverse situazioni ed è freddissimo sotto porta. Sta facendo numeri pazzeschi. Gli ruberei la freddezza sotto porta.

Quanto conta per te il numero di maglia? In nazionale hai il 9, che è il numero tradizionale del bomber classico. Ne parlavamo prima, ora puoi integrare.

Si, allora da piccolo avevo la 10, perché mi piaceva Del Piero, mentre alla Reggiana mi hanno dato la 11 perché giocavo esterno. Invece al Parma, come sono arrivato mi hanno dato la n. 9, e quindi adesso sono molto legato a questo numero. Però penso che il numero sia solo una questione di ricordi, per cui non penso sia importante.

Quindi giocavi difensore centrale e poi esterno. Versatilità.

Si, alla Reggiana sono arrivato come difensore ma poi mi hanno messo come ala, e Vittoriani come punta centrale. Ora gioca al Sassuolo. Io e Vittoriani ci trovavamo molto bene, e spesso ci cambiavamo di ruolo, come dicevi tu quando parlavi dei movimenti larghi, o comunque della mobilità del reparto. Poi sono arrivato al Parma e mi hanno provato a mettere come punta centrale, perché sulla base del progetto era meglio in quel ruolo, perché come sai nel tridente vogliono una punta centrale fisica.

Quindi sei arrivato al Parma da esterno?

Si.

Interessante. Non lo sapevo. Nella tua categoria ci sono giocatori che ti hanno impressionato?

Tra i difensori senza dubbio Serra e Chiarodia del Werder Brema, anche lui compagno in nazionale. E’ proprio forte e mi piacerebbe giocarci contro. Mi ha impressionato. Poi citerei Di Maggio, che ha una forza fisica pazzesca e poi ha una tecnica importante, poi direi anche Leone e Troise. Mi scuso per gli altri, questi sono i primi che mi sono venuti in mente.

Capitolo razzismo. Da anni assistiamo a frequenti episodi di razzismo (da ultimo a Verona, con Balotelli che scaraventa il pallone in curva). Voi ragazzi come vivete queste situazioni? Hai mai assistito ad episodi simili?

Guarda, non saprei dire cosa provano i ragazzi di colore quando vengono insultati o discriminati, però io in squadra ho 4 ragazzi di colore che sono ragazzi stupendi, simpatici e disponibili e non capisco perché li debbano insultare, per me è una cosa fuori dalla realtà….Ricordo che l’anno scorso eravamo in trasferta, ed un mio compagno, Annan, terzino, fece un fallo un po’ energico, in anticipo, e prese la gamba dell’avversario. Dagli spalti arrivò un insulto bruttissimo – [che lo scrivente non ritiene opportuno condividere, per pudore, in accordo con i genitori del ragazzo e della società] – e quindi gli ha fatto male sentirlo. Io comunque mi stupisco di come certi genitori possano dire certe cose, e quindi mi ricollego al discorso del Papa, che mi hai esposto, e che ho condiviso. Secondo me i genitori devono venirci a vedere ma devono limitarsi a guardarci, ad incoraggiarci e basta.

Concordo totalmente. C’è un calciatore con cui vorresti giocare un giorno?

Direi Zaniolo, penso mi troverei molto bene con lui. L’ho visto dal vivo a Parma quando ho fatto il raccattapalle durane la partita della Nazionale: è un trequartista, e mezzala fortissimo, ha dei tempi straordinari, ha gamba, tecnica, ed io giocando un po’ alla Dzeko potrei sfruttare le sue qualità per andare in profondità. Credo che con lui potrei fare un sacco di gol [ride]

Chissà che magari un giorno arriverà l’occasione. Anche secondo me siete compatibili, e sarebbe un bel problema fermarvi. Sarebbe una babilonia. Ed un allenatore?

Klopp, assolutamente. Mi piace come gioca il Liverpool, ed anche prima che mi hai fatto l’esempio se era meglio giocare nella Juve o nei Reds, in effetti, per il tipo di gioco credo di essere più adatto in quel tridente. Oggi Firmino, Manè, Salah. Pensa se avessero una punta fisica in grado di sostenere il gioco degli esterni, ed al tempo stesso attaccare la profondità.

Tridente violento. Concordo. Hai un obiettivo specifico, a livello calcistico, nel breve periodo?

Spero di salire con l’annata più grande, per mettermi alla prova e capire se è solo questione di fisicità. Perché comunque i 2004 sono ovviamente più grossi e voglio vedere come me la cavo. Poi voglio migliorare negli aspetti che abbiamo discusso, esordire il prima possibile in serie A, e andare avanti con la nazionale. 

Parlami del Giacomo ragazzo.

Sono un ragazzo normale. Frequento la prima Liceo Scientifico, quindi una scuola impegnativa. Quando torno a casa faccio i compiti, studio, per restare alla pari con i compagni. Nel tempo libero esco con gli amici o viaggio con la mia famiglia, penso di essere abbastanza serio. Sono anche solare, mi piace parlare, e faccio amicizia facilmente.

Noi dovevamo fare questa chiacchierata un mese fa, invece ha bloccato tutto tuo padre. Avevo avuto l’autorizzazione da Gabriele Majo, poi da Luca Piazzi, ma i tuoi genitori hanno fermato. Sai perché?

Il virus?

Risposta sbagliata. Per la scuola ed il rendimento nell’ultimo periodo, ossia nel lockdown.

[ride] Sì capito. La mia famiglia pretende molto da me, anche a scuola. Volevano che arrivassi con una media del 7 abbondante in tutte le materie ed invece l’ho presa un pò sotto gamba, con voti non in linea con le loro aspettative e le mie possibilità. Le materie sono tutte “sopra”, ma potevo fare molto meglio.

Ultima domanda: il ruolo della tua famiglia rispetto alla tua carriera.

I miei genitori mi sono stati sempre molto vicino ed hanno sempre cercato di analizzare assieme a me le varie situazioni sia sportive che scolastiche che sin sono presentate ma lasciandomi la libera scelta della decisione e della mia strada, anche nella decisione calcistica più importante, come quella che ho dovuto prendere due anni fa, quando sono passato dalla Reggiana al Parma. In effetti non era una scelta facile, e ne abbiamo parlato molto. Alla fine poi la decisione è risultata corretta, perché al Parma sono cresciuto veramente tanto. Poi in famiglia abbiamo una regola: “vita tua scelta tua”, per cui loro mi aiutano ad avere una visione globale della situazione, poi però la decisione definitiva spetta a me.

Parli con tuo padre delle prestazioni?

Si abbastanza, ed anzi ti devo dire che è da anni che mi sta dicendo che devo migliorare nella continuità e nel pressing, come hai poi analizzato anche tu. Quindi adesso ha anche il tuo appoggio [ride]. No comunque, a parte gli scherzi, so che devo crescere ancora tantissimo, e migliorare questi aspetti. Io comunque lo ascolto, anche perché sono critiche costruttive, come dicevamo prima.

Abbiamo finito, grazie ancora Giacomo, ed in bocca al lupo.

Grazie a te, è stato molto stimolante parlare di questi argomenti, non solo tecnici ma anche extracalcistici.

Ringraziamenti

Termina anche questa particolare sessione a due, tra un (semplice) osservatore ed un calciatore in divenire. Ho apprezzato la disponibilità di Giacomo, che ringrazio nuovamente, soprattutto per la sua lucidità nel trattare argomenti tecnici ed extracalcistici, notoriamente spigolosi, come l’etica, il rispetto, il razzismo, e la strada; temi non semplici da discutere per una matricola liceale.
Interessanti anche i suoi richiami all’infanzia e, in generale, sulla famiglia con particolare riguardo al padre, Alessandro, persona colta e simpatica, che ho avuto il piacere di conoscere, e che certamente ringrazio per la relativa autorizzazione. Ringrazio poi per la consueta fiducia la società Parma Calcio 1913 S.r.l., ed in particolar modo il capo ufficio stampa Gabriele Majo, ed il Responsabile del Settore Giovanile Luca Piazzi.

Giacomo Marconi
Giacomo Marconi

(Fonte foto: Getty Images)

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